Sulla morte di Gorbačëv

Al di là dello squallore di quelli che stappano bottiglie, quasi a voler confermare che più ostentato è il folklore, più abissale è il vuoto politico e morale che esso nasconde, mi pare ci sia molta voglia di ragionare. Mi azzardo, quindi, a proporre una breve riflessione personale.

Durante la rivolta della Nika, l’imperatrice bizantina Teodora dissuase Giustiniano dal fuggire da Costantinopoli, ammonendolo (parafraso) che i grandi del mondo non dovrebbero sopravvivere alla perdita del potere. Il Gorbačëv degli ultimi tre decenni è stato un’eloquente dimostrazione del sentimento che quell’ammonimento esprimeva.

Resta la questione che la figura dell’ex leader sovietico evoca: la caduta di quel sistema era inevitabile?

Trovo normale che questa domanda agiti ancora, e così in profondità, noi che il socialismo non lo abbiamo rinnegato. La risposta non può emergere né dal ricorso alla categoria del tradimento, né dall’assoluzione tout court, credo.

In qualche modo, si può dire che nella nostra Storia Gorbačëv rappresenti una sorta di opposto complementare di Stalin. Entrambi chiamano a riflettere sul socialismo come concreta esperienza storica, in termini che possono essere affrontati legittimamente solo da due prospettive: quella interna, che rivendica in toto ciò che i sistemi socialisti dell’est hanno rappresentato come posizionamento preliminare per poterne sviluppare la critica, oppure quella antagonistica, di marca antisocialista o anticomunista. La prospettiva dei “puri” che si scagliano contro il tradimento della causa chiamandosi fuori dalla responsabilità collettiva per gli eventi, invece, è in entrambi i casi sostanzialmente priva d’interesse, perché estranea al processo storico reale.

Gorbačëv non intendeva salvare il sistema sovietico: lui e il gruppo dirigente che gli si raccoglieva intorno (pur eterogeneo negli intendimenti) erano decisi a rovesciarlo sin dalle fondamenta. Su questo non ci sono dubbi e le testimonianze non mancano.

Voleva Gorbačëv salvare qualcosa di quello che fino ad allora era stata l’URSS? Di certo, intendeva salvaguardare l’unione tra le repubbliche, dando vita a un modello federale di marca socialdemocratica. In questo senso si può dire che, anche se la sua avventura politica non fosse culminata in un totale fallimento, ma avesse invece avuto successo, il risultato sarebbe stata la fuoriuscita dal tracciato storico del comunismo.

Si giunge, così, a quello che mi sembra essere il cuore della questione: alla luce dell’esperienza storica concreta (non, dunque, di ragionamenti deduttivi a partire da concetti astratti), è possibile la costruzione di una società socialista?

Se la Rivoluzione d’Ottobre fornì ai fondatori del nostro movimento una risposta positiva, della quale noi siamo gli sparuti eredi, il crollo dell’URSS (ma anche le riforme di mercato in Cina) hanno gravemente minato questa convinzione, senza la quale il nostro movimento politico risulta semplicemente impossibile.

La mia opinione? Credo sia possibile, per un’umanità organizzata, governare il corso della Storia. Il futuro ci regalerà nuovi, imponenti esperimenti d’ingegneria sociale, che saranno debitori anche dell’esperienza storica del socialismo reale. Forse, se la lotta di classe all’interno del Partito Comunista Cinese avrà un esito positivo, la Cina sarà uno di quegli esperimenti. D’altra parte, ogni regime attualmente in essere presenta forti i caratteri di un esperimento d’ingegneria sociale, nell’abissale incertezza generata dalle caratteristiche di quest’epoca storica senza precedenti.

E però: è possibile organizzare l’edificazione di un sistema sociale che sia capace di allargare la base del potere alle masse popolari e di essere quindi qualcosa di più del frutto degli esperimenti di laboratorio di élites politiche e sociali più o (di solito) meno illuminate? Da questo punto di vista, gli esiti della parabola del comunismo novecentesco non hanno fornito risultati confortanti. Per questo la figura di Gorbačëv (come quella di Stalin, in differenti contesti e per differenti motivazioni) desta tanta animosità: perché rappresenta la più dolorosa smentita delle nostre migliori speranze e ambizioni.

Personalmente, a quelle speranze e a quelle ambizioni non rinuncio. Ma non me lo nascondo: si tratta di un puro atto di fede nell’Umanità.


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