Come mi preparo alla lettura dell’ultimo libro di Sahra Wagenknecht

Circa un anno fa usciva in Germania “Die Selbstgerechten”, l’ultimo libro di Sahra Wagenknecht. Seguo da tempo con interesse (crescentemente critico, a dire il vero) l’evoluzione del pensiero della dirigente della sinistra tedesca ma, non conoscendo la lingua, non ho potuto fino a oggi leggere il testo direttamente. Mi sono fatto un’idea del contenuto tramite fonti collaterali e articoli della stessa Wagenknecht.

Ho appreso oggi che il libro è stato pubblicato da Fazi Editore con il titolo “Contro la sinistra neoliberale”, con prefazione di Vladimiro Giacché, e ho provveduto a ordinarlo. Sicché potrò presto dire la mia con cognizione di causa.

Per documentare il mio approccio alla lettura, ripropongo a seguire un commento polemico nei confronti della stroncatura riservata al testo da un articolo de Il Manifesto. Il commento, datato 15 maggio 2021, vale anche a sottolineare alcuni spunti fondamentali che mi pare debbano far parte del dibattito della sinistra (soprattutto europea) e che mi sembra d’intuire siano attinenti al contributo della Wagenknecht. Tra qualche giorno potrò dar conto dell’effettività o meno di tale attinenza.

***

A quanto pare, oggi sul Manifesto è uscita una stroncatura dell’ultimo libro di Sahra Wagenknecht, “Die Selbstgerechten” (I presuntuosi) di recentissima pubblicazione.

Confesso da subito di aver letto l’articolo (https://bit.ly/3okUXuE), ma non il libro (è uscito solo in tedesco, quindi mi sa che per poterci dare un’occhiata seria dovrò purtroppo aspettare un bel po’).

L’argomentazione dell’articolo: la Wagenknecht sarebbe una trinariciuta esponente della “ortodossia socialista”, colpevole di non aver lanciato sufficienti anatemi contro l’esperienza della DDR, in guerra contro femministe e ambientalisti in nome di una lotta di classe che, in termini classici, non vale più a spiegare per intero il presente. L’argomento ricalca d’altra parte quello usato dalla maggioranza di Die Linke per stigmatizzare il libro, estrapolandone qualche passaggio, mentre la Wagenknecht si sottoponeva al voto degli iscritti per la candidatura al Bundestag in Nordreno-Westfalia: un goffo tentativo di sbarazzarsi di un’oppositrice interna e tra l’altro di scarso successo, visto che la nostra ha vinto la candidatura con il 61% dei voti.

Devo dire, però, che altrettanto goffi mi paiono gli argomenti a difesa sollevati da qualcuno. In sostanza, si leggono parole di esultanza perché qualcuno, nelle alte sfere della sinistra europea, avrebbe finalmente trovato il coraggio di dire che i diritti sociali vengono prima dei diritti civili.

In primo luogo, non è così: i diritti sociali riconosciuti dall’ordinamento costituiscono, in un determinato momento storico ed entro certi rapporti di forza, la risposta normativa ai bisogni materiali della popolazione e alla effettiva fruizione dei diritti civili, ma i diritti civili determinano a loro volta la “platea” cui si rivolgono i diritti sociali, dal che si ricava che queste due classi di diritti sono separabili a fini analitici, ma completamente fuse l’una con l’altra nella realtà della vita sociale. Voler stabilire una gerarchia tra di esse è semplicemente un’operazione di volgare pressappochismo finto-classista.

Una stupidaggine, questa, che nella sua versione ribaltata a favore della sensibilità sui diritti civili tocca apici di dolo negli argomenti stile Manifesto dei detrattori della Wagenknecht, i quali giocano sulla sottigliezza della questione che quest’ultima mi pare sollevi, allo scopo di buttarla in cagnara e sviare l’attenzione dal punto della questione: la loro totale assenza d’indipendenza di pensiero rispetto all’ideologia dominante.

Ora, solo chi non abbia mai letto nemmeno una riga scritta di pugno dalla dirigente della sinistra tedesca può bersi la cretinata della trinariciuta “ortodossa”. In realtà, il tentativo degli ultimi anni di dare alle istanze di sinistra un tono nazionalpopolare, ha portato la nostra autrice molto lontano da qualsiasi “ortodossia”, aprendo al contrario la via a formulazioni piuttosto eclettiche. Riassumendo, il tentativo che attualmente anima l’attività pubblicistica della Wagenknecht è quello di dare una torsione “a sinistra” alla concezione di “responsabilità sociale” che si ritrova nel pensiero ordoliberale delle origini. L’ordoliberalismo, o ordoliberismo, è come noto l’ideologia fondante della Repubblica federale (e oggi anche dell’Unione Europea) ed è stato l’ispiratore delle ricette economiche e dell’ordinamento sociale promosso dalla CDU di Adenauer negli anni della ricostruzione post-bellica.

Il tentativo della Wagenknecht di far leva su questo sostrato di senso comune per trovare una nuova dimensione di legittimità di massa alle istanze di sinistra, è certamente legittimo e utile per la Germania: a dimostrarlo, i risultati elettorali imbarazzanti conseguiti dalle liste comuniste di DKP e MLPD, ma anche l’inarrestabile deriva arcobalenista della Linke che la sta trascinando a una probabile batosta elettorale in autunno (tutti i sondaggi registrano un calo probabile del 2-3% rispetto al 2017, quando tra l’altro proprio la Wagenknecht guidava la campagna elettorale). Tuttavia, questo versante argomentativo della sua opera è talmente incomprensibile (e inammissibile) decontestualizzato rispetto alla Germania e trasportato, ad esempio, nel contesto italiano, da rendere una parte dei suoi scritti totalmente non potabili per il pubblico di sinistra nostrano.

Ecco: questa sarebbe stata una critica piuttosto raffinata da muovere, anche se completamente incapace di dare contezza della differenza di contesto tra Italia e Germania. Ma naturalmente non ci si può aspettare niente del genere dagli scribacchini presunti di sinistra di casa nostra, zelantissimi nel cercare di dimostrare, a dispetto delle evidenze, di non aver perso nessun treno rispetto all’incedere della Storia. Invece niente: la Wagenknecht è o una rappresentante della cosiddetta “ortodossia socialista”, o una sostenitrice del frivolo argomento del primato dei diritti sociali rispetto a quelli civili. Poveri noi!

Il problema che la dirigente e intellettuale tedesca pone nel suo scritto, invece, se correttamente intuisco a partire da suoi articoli letti ultimamente (ad esempio: https://bit.ly/3yfXx9Q), è assai diverso, decisamente più profondo e di maggiore interesse.

In sostanza, mi pare di capire che il libro sollevi, in termini accessibili a un pubblico non necessariamente accademico, il tema della politica identitaria. Cosa sia la politica identitaria, lo si potrebbe riassumere così: la tendenza che, nelle società occidentali, tenta di declinare in termini di categorie, se non in termini prettamente individualistici, il tema hegeliano del riconoscimento, per offrire una risposta prettamente esistenziale al fallimento, anzi all’incapacità strutturale delle società “liberali” nell’offrire a quest’ultimo una risposta capace di lenire il senso di vuoto etico e culturale, prima ancora che sociale e materiale, nel quale il trionfo del capitalismo finanziario globalizzato scaraventa i singoli individui e le formazioni sociali di cui essi fanno parte.

Questo tema viene assai poco sollevato a sinistra, sia dagli “ortodossi” che dagli “arcobalenisti”, perché la sua formulazione porta inevitabilmente alla delegittimazione parziale o totale di praticamente tutte le opzioni che la sinistra politica occidentale sia stata in grado di produrre negli ultimi quarant’anni (comprese quelle “ortodosse”).

Il tema, non a caso, è stato battuto nell’ambito della riflessione di pensatori hegeliani di diversa estrazione. Un esempio è quello di Francis Fukuyama (sì, quello de “La fine della Storia e l’ultimo uomo”), che più di ogni altro rappresenta il tentativo di avvicinare il pensiero unico liberale anglosassone a una riconciliazione con quello europeo continentale, facendone evolvere la concezione dell’individuo come non soltanto la combinazione di razionalità e desiderio, ma anche di una dimensione etica peculiarmente umana. Nel suo “Identità”, pubblicato nel 2018, Fukuyama riprende la linea argomentativa de “La fine della Storia e l’ultimo uomo” e sviluppa un’analisi tesa a mostrare come la politica identitaria, dando uno sbocco antisociale alla lotta per il riconoscimento, renda impossibile la costruzione della società come “comunità dottrinale”, fondata quindi su valori condivisi, e apra la via per la disgregazione terminale del corpo sociale.

Aggiungo io: che ciò avvenga è sotto i nostri occhi e contribuisce a spiegare perché, nella nostra società, l’emersione della tecnocrazia risulti così naturale. In una società in cui non esiste un vero sistema etico di riferimento, infatti, è naturale che l’esercizio tecnico del potere diventi l’unico fattore normativo rilevante. Altro che sciocchezze sull’inesistente “totalitarismo liberale” di cui va cianciando qualcuno, che descriverebbe un processo completamente opposto e sarebbe ben più facile da contrastare!

Tornando all’argomento della politica identitaria, non è un caso che il problema venga sollevato in campo reazionario (Fukuyama) e in campo socialista (Wagenknecht), da intellettuali di matrice hegeliana il primo, hegelo-marxista la seconda. Questo campo filosofico descrive infatti una certa concezione universalistica della Storia che, comunque declinata, non può che allarmarsi e cercare risposte per far fronte a una tendenza che spalanca un abisso di fronte alla civiltà umana e soffoca qualunque ambizione di natura universalistica, sia essa di tipo liberale (e votata a offrire una legittimazione all’imperialismo), o socialista.

Non ho letto il libro della Wagenknecht, dicevo, e questo mio commento tira quindi, in parte, a indovinare. Ma il fatto che un’intellettuale di sinistra ponga il problema della politica identitaria mi pare un fatto promettentissimo e di grande importanza per il nostro futuro. Farò quindi del mio meglio per sapere cosa questo testo dica. Spero che esso possa essere accolto da tutte e tutti, nel nostro campo politico, senza preconcetti derivanti dalla bassa cucina politica e dai giochetti di corrente della Linke (e del Partito della Sinistra Europea), ma anche da un’opposizione formalistica e complessata agli stessi, perché un movimento che non è in grado di confrontarsi in modo serio con il fondo dei problemi che vengono sollevati dalle sue stesse fila è un movimento che non ha nessun futuro.


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