Osservazioni sul carattere sociale dei consumi

Appunti per l’intervento alla tavola rotonda “Filiere sostenibili – Prima parte: I consumatori”, coordinata da Paolo Leone (CNR), master Cibo & Società – Università degli Studi di Milano Bicocca, venerdì 17 dicembre 2021.

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In ogni epoca, i molteplici elementi che compongono la prassi del consumo esprimono e portano in sé la natura dei rapporti sociali di cui sono espressione e che contribuiscono a consolidare.

A ben guardare, gli elementi visibili dell’accesso al consumo rinviano al tempo stesso tanto ai fondamenti etici di un determinato ordine sociale, quanto al delinearsi di discriminanti che riconducono alla collocazione di ciascuna e ciascuno entro la stratificazione sociale che segna una determinata epoca.

Per lunghi tratti della Storia, la demarcazione è stata tracciata tra élites che consumavano senza produrre e masse che producevano senza poter consumare. Se lo sfarzo di Versailles è stata la forma ultima assunta dal premio garantito ai signori per il successo dei loro antenati nella cruenta lotta primordiale per il riconoscimento (Hegel), nelle società borghesi scaturite dal combinarsi degli effetti del rovesciamento dell’Ancien Régime con quelli dell’avvento della civiltà industriali tali rapporti perdevano ogni aura di misticismo per assumente i tratti di un crudo e spietato rapporto economico. L’industrializzazione portava con sé gli effetti di quella che lo stesso pensiero neoliberale riconosce essere la cosiddetta “miseria originale del capitalismo”: la sofferenza spaventosa che ne derivava, quella descritta da Engels ne “La situazione della classe operaia in Inghilterra”, non trovava però più giustificazione nella Divina Provvidenza e doveva essere quindi presentata come effetto di rapporti naturali, cioè intrinsecamente legati alla natura umana. La patente contraddizione tra le infinite possibilità prospettate dal progresso della tecnica e il diniego dell’accesso al consumo per coloro che pure erano i produttori di tutta quella ricchezza, l’alienazione che ne era il risultato, esprimevano l’immenso potenziale conflittuale che condusse storicamente alla nascita del movimento operaio, tanto politico quanto sindacale, e all’aprirsi di una fase di lotte sociali inedite quanto a livello di consapevolezza in esse espresso.

In sostanza, proprio nella dicotomia tra produzione e consumo si è espresso storicamente il collasso della presa egemonica della borghesia sulle classi subalterne. Nella misura in cui i processi di valorizzazione del Capitale crescevano, le possibilità si espandevano e la borghesia si fondeva con i ceti sociali che l’avevano preceduta al vertice delle relazioni sociali dando vita a un nuovo blocco storico, tuttora solidamente al suo posto, perdeva di presa l’appello a senso unico all’austerità e all’astinenza rivolto alle classi popolari, cadevano i miti paternalistici che da esso si erano originati e l’impossibilità del consumo per le classi popolari s’imponeva come il punto di collasso della tenuta di un’intera concezione del mondo.

Al contempo, lo stesso processo di valorizzazione del Capitale si scontrava con i suoi limiti oggettivi: la caduta tendenziale del saggio di profitto, la saturazione dei mercati, la derivante ineluttabilità della guerra che sarebbe dovuta sfociare in due guerre mondiali.

Al termine della Seconda Guerra Mondiale, la coesistenza di un conflitto di classe organizzato a livello politico esteso su scala planetaria e incarnato dalla dicotomia est/ovest, dal dilagare delle lotte sociali in occidente e dai processi di decolonizzazione e liberazione nazionale, ha indotto la borghesia a un superamento dialettico della propria crisi materiale ed etica. Occorreva recuperare presa sulle classi popolari e rilanciare il processo di valorizzazione del Capitale, tutto allo stesso tempo.

Il capitalismo occidentale ha saputo allora interpretare la fase e offrire la duplice risposta imposta dalla propria crisi. Occorreva ridefinire il mercato del lavoro, aprire nuovi mercati per l’assorbimento dei surplus produttivi (in quel momento in particolare americani), riconquistare le classi lavoratrici al sostegno all’ordinamento sociale esistente.

Il Piano Marshal è stato l’atto etimologico dell’attuazione di quella risposta, ma anche il punto d’inizio di un nuovo paradigma del consumo che tuttora ci portiamo dietro.

La fase storica in cui viviamo, definita dal filosofo francese Michel Clouscard come quella dell’affermazione del paradigma liberal-libertario, rappresenta il compimento di questo fenomeno. La cosiddetta “società dei consumi” esprime un’inedita definizione delle gerarchie sociali secondo il consumo.

Da un lato viene rimossa e occultata la dicotomia tra consumo voluttuario e consumo strumentale, che esprime in sé le forme più classiche della stratificazione di classe: in questo senso, si può richiamare l’esempio del diffondersi nel periodo del boom economico di beni accessibili alle masse come automobili ed elettrodomestici. Beni che inserivano chi li possedeva in una nuova dimensione dell’immaginario sociale, ma che avevano anche la funzione di liberare ore utili al lavoro, dunque di alimentare l’offerta di forza lavoro comprimendone il valore di mercato, e quella secondaria di accompagnare e incoraggiare gli investimenti infrastrutturali e alimentare così il ciclo economico. Siamo qui in presenza dei cosiddetti “beni strumentali”, la cui espressione culmine sono gli apparecchi tecnologici (computer, smartphone, ecc.), la cui funzione è oggi resa particolarmente evidente dall’impatto della pandemia da Covid-19 sull’organizzazione del lavoro, ma che a un livello più profondo andrebbe analizzata in relazione al mercato dei dati e a tutte le sue implicazioni sulla nostra società.

Al consumo di questi beni faceva riscontro l’insorgere di nuovi consumi di massa. Mi riferisco al consumo libidico e marginale, che è certamente il più rilevante nel definire un nuovo immaginario sociale fondato sulla manifestazione fenomenica dell’accesso ai consumi. Decenni fa ne sarebbero stati esempi i flipper e i juke box, mentre oggi lo sono certamente, e a un livello senza precedenti, le app a pagamento che infestano i nostri smartphone e che dominano il nostro tempo libero, dai giochini che fanno da moltiplicatore alla piaga della ludopatia alle app d’incontri.

È importante a questo punto sottolineare che non si tratta qui di svolgere una critica di ordine moralistico a questa o quell’abitudine di consumo. D’altra parte, come sarebbe mai possibile ciò in una società in cui abbiamo visto venir meno alcuni irrinunciabili presupposti etici del nostro vivere in comunità, uccisi da quell’impossibilità di determinare le condizioni per l’esistenza di un sistema di valori condiviso e in grado di ordinare e razionalizzare i rapporti sociali? Si badi: questa problematica, dirompente nelle contemporanee società occidentali (ma non solo), è acutamente avvertita non soltanto dai critici progressisti come chi vi parla. Dal Francis Fukuyama di “Identità” al Samuel Huntigton di “Who are We?”, gli intellettuali più organici dell’ultimo scorcio di storia degli Stati Uniti (interpreti di una polemica reciproca protrattasi nei decenni fino alla morte del secondo) hanno profondamente avvertito il compiersi di questa frattura e l’hanno denunciato come il principale fattore corrente di destabilizzazione dell’ordine costituito.

Per le classi popolari, tutto questo significa vivere lo sdoppiamento schizofrenico di un duplice sfruttamento: quello tradizionale, sofferto nei luoghi della produzione, che richiamavo all’inizio della mia esposizione e i cui connotati essenziali esistono tuttora, e quello di sé attuato nel tempo libero e finalizzato all’appropriazione dei simboli esteriori dell’ascesa sociale, definiti appunto dall’accesso ai consumi e agli oggetti che ne sono i simboli. Pensiamo qui al meccanismo dell’indebitamento, degli acquisti a rate per dotarsi di questo o quello smartphone di ultima uscita, al consumo abusato e forzato di cui è oggetto una sessualità sempre più avvilita e mercificata, all’animazione macchinale di un tempo libero i cui connotati di otium e umanità evaporano per essere sostituiti da eterne celebrazioni del consumo come godimento evanescente.

La contraddizione dialettica che si apre quando questa cultura del consumo si scontra con il sopraggiungere della crisi economica, si esprime nella massima “tutto è permesso, ma niente è possibile”: all’abbondanza di mezzi economici messa a disposizione di vaste fasce di popolazione nella fase della crescita economia succede il contrarsi delle possibilità di spesa. Si delinea qui l’essenza della frattura tra permissivismo dei consumi e penuria nelle condizioni materiali, che produce le premesse psicologiche della moderna involuzione reazionaria (basti richiamare come esempio la crescente instabilità politica che ha segnato l’intero occidente, dagli Stati Uniti all’Europa, a partire dal 2008, e fissare la propria attenzione sui fenomeni politici che ne sono scaturiti).

In questo quadro, una posizione particolare è quella occupata dal consumo di cibo. Privato nei fatti della sua più profonda connotazione conviviale, questo consumo in particolare, la cui caratteristica è quella di distruggere completamente il proprio oggetto e dunque di essere perpetuamente rinnovato, esprime l’essenza di una società in cui l’abuso bulimico e feticistico, in assenza di un consapevole rapporto dialettico, sottomette l’essere umano alle logiche di una continua espansione e riproduzione destinata a entrare in contraddizione in termini distruttivi con i limiti del mondo fisico. Il cibo diventa così una presenza continua e pervasiva: dai programmi televisivi alle occasioni mondane, esso viene dissociato tanto dalla propria funzione materiale quanto dal proprio significato culturale e diventa l’espressione dell’utopica ricerca di un mercato che si alimenta continuamente, che assorbe e assorbe, che distrugge senza comprendere e senza conoscere. La dissociazione terminale, insomma, tra consumo e critica.

A poco valgono, in questo senso, i vuoti sermoni sui consumi etici o sulla decrescita, in una società in cui non s’intravede quale dovrebbe essere il fondamento materiale di un’etica sociale condivisa che abbia carattere democratico perché l’essenza dei rapporti sociali democratica non è, e in cui a decrescere sono in ultima istanza sempre, e sono già ora, le legittime aspettative dei settori subalterni.

Occorre a questo punto sottolineare che proprio il nostro continente, l’Europa, è il teatro di una delle più ardite (intellettualmente e materialmente) sperimentazioni di risposta “dall’alto” alla crisi che ho fin qui descritto e che ha nella questione del consumo, dei consumi, il punto di sintesi tra la sua dimensione etica e la sua dimensione materiale. Il paradigma ordoliberale di matrice tedesca, quello tracciato dalla Scuola di Friburgo di Walter Euchen, Wilhelm Röpke e dell’ex cancelliere tedesco Ludwig Erhard, trova oggi piena applicazione nel modello della cosiddetta “economia sociale di mercato” che anima la fase apertasi per l’Unione Europea a partire dal trattato di Maastricht del 1992 (non a caso firmato all’indomani della fine della Guerra Fredda).

Nel paradigma ordoliberale, i gruppi dominanti della società vengono rilegittimati alla sua guida in nome della riaffermazione del legame tra gerarchie sociali, processi storici e tradizioni. Riprodotto così uno iato incolmabile tra dominanti e dominati, la decomposizione del tessuto etico della società trova il suo limite nel mero esercizio del potere, il quale riafferma perciò la propria funzione pedagogica al di sopra e nei confronti del corpo sociale. Quest’ultimo può essere dunque richiamato alla disciplina attraverso l’espressione del principio generale dell’austerità – sempre e comunque imposta ai subalterni e mai ai ceti dominanti – come antidoto ai disordini morali prodotti non già dal carattere antidemocratico e antipopolare dell’ordinamento sociale, ma dall’astrazione della rivendicazione della garanzia dell’accesso ai consumi da parte delle classi popolari. L’inflazione diviene la più diabolica delle piaghe sociali, gli aumenti salariali ne vengono additati come i responsabili e le classi popolari vengono così private di ogni autonoma soggettività sul piano sociale e politico. Le istituzioni tecnocratiche, pubbliche e private, possono a quel punto modulare a proprio piacimento l’avvicendamento tra cosiddette politiche economiche pro-cicliche e anticicliche, cioè l’accesso ai consumi da parte delle classi popolari, in funzione dei loro fini, salvando al contempo il carattere definitivo dell’accesso alle gerarchie dell’immaginario sociale attribuito ai consumi nella fase liberal-libertaria.

La risposta non può che venire da un processo di acquisizione di coscienza critica antagonistica rispetto allo stato di cose presente, che sappia però sottrarsi alla logica trita dell’austerità e del “tirare la cinghia”, per affrontare attraverso una nuova consapevolezza del carattere sociale dei consumi il problema di fondo della natura dell’attuale modello sociale.

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Riferimenti bibliografici:

Friedrich Engels, La situazione della classe operaia in Inghilterra, Ed. Feltrinelli 2021

Michel Clouscard, Néo-fascisme et idéologie du désir, Éditions Delga 2007

Francis Fukuyama, Identità, Ed. UTET 2019

Samuel P. Huntington, L’incontro delle civiltà, Ed. Garzanti 2020

Wilhelm Röpke, Al di là dell’offerta e della domanda, Ed. Rubettino 2015


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