A DOMANI COMPAGNI di Manuel Tiago (Pseud. Álvaro Cunhal) CAPITOLO III

Traduzione dal portoghese di Alessio Arena

Álvaro Cunhal - Desenhos na prisão 01

1

  • Le compagne servono sul territorio – disse il falegname Marques con gli occhi intelligenti che gli brillavano da dietro gli occhiali – Se si portano via quelle poche che abbiamo, come possono poi criticarci perché non sviluppiamo il lavoro politico tra le donne?

Afonso accolse quelle parole con gioia. Fino ad allora aveva pensato che l’unico motivo del suo scontento per il passaggio in clandestinità di Maria fosse di carattere personale: la amava, Maria amava lui e la nuova vita che Maria si apprestava a intraprendere comportava il pericolo di una separazione definitiva. In fin dei conti, lui aveva contribuito a quell’esito più di chiunque altro. Era stato lui a sviluppare in Maria la dedizione al Partito. Era stato lui che, dopo una conversazione con Ramos, le aveva parlato della necessità di donne decise e coraggiose per l’installazione di case clandestine. Era stato lui che aveva comunicato a Vaz le parole di Maria, quando questa si era detta disposta ad assumere un incarico del genere. Sì, era stato lui a preparare passo dopo passo l’esito che meno desiderava: l’allontanamento di Maria, forse per sempre. Comprendeva ora che lo aveva portato in quella direzione in larga misura la vanità di essere amato da una ragazza di tali qualità. Capiva ora anche che per un certo periodo aveva pensato che si trattasse di profferte di dedizione meramente verbali, affermazioni da far registrare e nulla più. Poi, quando vide che i compagni la prendevano in parola, aveva tentato di tornare sui suoi passi, ritardando l’incontro con Maria nell’intima speranza che anche lei si sottraesse. Invece no. Constatò con sorpresa che Maria aveva ricevuto la notizia con tranquillità. Dalla loro adesione al Partito aveva avuto inizio una sorta di gara di dedizione tra l’uno e l’altra, strettamente legata alla reciproca simpatia che nutrivano. L’intensa attività politica di Afonso era in gran parte legata al desiderio di elevarsi agli occhi di Maria. E credeva di ravvisare anche nell’attivismo di Maria il desiderio di compiacere lui. La partita l’aveva vinta lei. Afonso vedeva ora con un certo dispetto come fosse realmente l’amore per il Partito a spingerla e la delusione lo portava anche a riconoscere che la simpatia per lui, Afonso, era un’espressione dell’amore per il Partito.

Nella lunga e triste conversazione che avevano avuto la domenica, lei gli aveva afferrato con le dita la punta della cravatta e gli aveva detto, con quello stile suo tanto personale:

  • Ebbene caro? Cosa sono i nostri problemi, confrontati con quelli del Partito? Andiamo, non essere cattivo, sii contento.

E lui, il compagno del Comitato Regionale, il responsabile della compagna Maria, si doleva che lei si spingesse tanto in là nella dedizione e si sentiva deluso nel non scorgere nessuna titubanza di fronte all’imminenza della separazione.

Ed ecco che Marques proponeva ora un’argomentazione politica contro il trasferimento di Maria, un’argomentazione che a lui non era venuta mai in mente e che avrebbe potuto validamente sostenere tanto con Maria quanto con i compagni «dei vertici».

  • La causa di tutto questo è che si mette a dirigere i settori chi non è sufficientemente preparato. Il Comitato Centrale è lì, molto, molto in alto (questa era diventata la frase preferita di Marques). Non essendo ben informato, non può decidere correttamente. In questo caso, da un lato la compagna Maria ci serve e il movimento nella fabbrica di yuta può dirsi perso. Dall’altro lato Maria è una brava ragazza, molto coinvolta, ma di qui ad essere preparata per la clandestinità ce ne corre. La nostra organizzazione regionale ne è pregiudicata e i compagni della Direzione, invece di risolvere i problemi, vengono a crearne di nuovi.

Tutto ciò sembrava ad Afonso così chiaro e fondato che si meravigliò come non gli era mai successo prima. Riconosceva una volta di più la superiorità del compagno Marques e constatava, con un misto di ammirazione e inquietudine, come sotto molti punti di vista Marques vedesse le cose più lucidamente dei compagni dei livelli superiori. Già sulla questione delle piazze giornaliere gli era parso (e continuava a parergli) che la ragione stesse dalla sua parte e non da quella di José Sagarra, di Vaz e della Direzione del Partito. Ora, nel caso di Maria, Marques gli apriva una volta di più gli occhi. «Uno vuole essere tanto serio nell’affrontare le cose», si giustificava Afonso, «abbiamo una tale preoccupazione di mettere da parte i nostri interessi personali, che finiamo per ignorare quello che è evidente, per paura che si pensi che siamo mossi da interessi personali». L’errore, il grande errore, era stato non consultare Marques, non aver parlato con lui, non aver sentito la sua opinione, malgrado Vaz avesse detto che non era questione di competenza del Comitato Regionale.

Ora era troppo tardi. Vaz era andato a parlare con Maria e tutto era pronto perché lui o Ramos venissero a cercarla. Afonso attendeva con dolore quel giorno. In officina il padrone lo richiamava continuamente a fare attenzione per le sue distrazioni. Dimenticava e mancava agli incontri. Quasi non mangiava. In casa il padre lo guardava per traverso e con durezza. La madre spiava i suoi movimenti, capiva che si trattava di qualche pena legata all’attività politica del figlio, lo accarezzava ancora più spesso e, aggiustandogli il ciuffo che si ostinava a ricaderli sulla fronte, gli diceva con dolcezza:

  • Lasciali stare, figlio mio, non meritano i tuoi sacrifici.

Afonso si domandava come riuscisse a indovinare quello che gli passava per la testa.

 

 

2

 

Se si fosse chiesto ai ragazzi se Maria fosse carina, sarebbero rimasti perplessi. Se si fosse chiesto loro se Maria li attraesse, tutti avrebbero detto di si senza esitare. In un modo o nell’altro, in misura maggiore o minore, i giovani che la conoscevano erano tutti infatuati di lei. Era il suo modo di camminare che li seduceva? Quella camminata senza fretta, con le gambe molto vicine e ancheggiando discretamente a ogni passo? Erano i suoi occhi neri e umidi su cui cadevano con lentezza le palpebre dalle lunghe ciglia? Era la voce canterina e carezzevole che sembrava chiedere, mentre viceversa ordinava sempre? Forse erano i suoi gesti infantili, come quello di afferrare la punta della cravatta o il colletto aperto della camicia per dire, ad esempio:

  • No, mio caro, hai torto. Se tutti ci preoccupassimo solo di noi stessi, chi farebbe le cose? Te ne occuperai domani, vero?

Afonso si era reso conto per la prima volta di essere interessato a Maria in occasione di un incidente con Higino, un omuncolo mediocre e irritabile, dalla carnagione pallida e dai capelli lucidi, che era stato un caporione dell’opposizione locale e per questo era stato arrestato diverse volte. Non si sapeva con precisione quali idee avesse, però parlava bene dell’Unione Sovietica e male della dittatura del proletariato, bene dei comunisti stranieri e male dei comunisti portoghesi. Quando il Partito aveva cominciato a guadagnare influenza tra la classe operaia della zona, Higino si era messo a dire di essere vecchio, che non c’era più nessuno che fosse utile, che ormai si facevano solo sciocchezze e aveva concentrato la sua attività sulla porta della libreria, dove trascorreva i pomeriggi con un’agenda sotto il braccio, circondato da due o tre ammiratori. Vedendo un giorno passare Maria con Afonso e Marques, disse agli altri del gruppo:

  • Con militanti come questi, il Partito fa proprio un reclutamento formidabile.

Non lo disse a voce abbastanza bassa perché non lo udisse Afonso, e nello scontro che ne seguì Higino perse due denti. Non si sa per quale strano riflesso, smise di parlare bene dell’Unione Sovietica e dei comunisti stranieri. Quanto ad Afonso, si rese conto di non aver agito in quel modo tanto per l’insulto al Partito, quanto per l’offesa arrecata alla ragazza amata. Quel pomeriggio, accomiatandosi da Maria, ella aveva levato la mano ad aggiustargli il ciuffo ribelle. «Le piaccio», aveva pensato Afonso.

Maria viveva con un fratello sposato, una sorella maggiore e il padre. La madre era morta da molto tempo. Il padre era un vecchio anarchico. Però negli ultimi anni di lavoro, ripeteva continuamente ai suoi amici:

  • Sono sempre stato anarchico e morirò anarchico. Non concordo con il sistema di governo che i comunisti difendono né con molti elementi della loro teoria e organizzazione. Ma sono loro a conquistare il cuore della gioventù e in definitiva sono gli unici che fanno qualcosa. Essere contro di loro vuol dire stare con i padroni e con il fascismo e contro i lavoratori. Questo io non lo farò mai.

Poi era venuto l’attacco che lo aveva reso invalido. Ora si muoveva solo con molte difficoltà appoggiandosi a un bastone, riuscendo ad articolare qualche parola solo a costo di grandi sforzi. In una mezza dozzina di anni era invecchiato molto e ultimamente restava in casa, guardando litigare la figlia maggiore e la nuora. Quando Maria tornava dalla fabbrica, andava sempre a dare un bacio al padre e a dirgli qualche parola. Per il vecchio era il momento migliore della giornata e lo aspettava con impazienza, con lacrime senili, mordicchiandosi i peli bianchi dei baffi in un movimento prolungato, senza che ci fosse modo di capire se fosse perché voleva parlare o perché non gli uscissero dalla bocca suoni male articolati che gli facevano orrore. Il giorno dell’incidente tra Afonso e Higino, rientrando a casa Maria era andata a sedersi ai piedi di suo padre, lo aveva baciato sulla fronte, gli aveva sistemato il cuscino su cui si sdraiava e gli aveva detto:

  • Come va, nonnino? – lei lo chiamava così – Sai che la tua colombella ha un innamorato? Un vero valoroso, sai?

Maria non aveva segreti per suo padre. Gli raccontava in quel momento la sua inclinazione per Afonso e l’incidente con Higino come gli aveva raccontato la prima lotta cui aveva preso parte alla fabbrica di yuta, il suo ingresso nell’organizzazione giovanile, la prima commissione di cui aveva fatto parte, fino alla sua adesione al Partito.

  • Senti nonnino! – gli aveva detto una volta – Tu sei sempre stato anarchico, ma so che capirai. Sono entrata nel Partito Comunista, sai? Ti sembra un bene o un male?

Il vecchio si era messo a mordicchiarsi i baffi con lo sguardo fisso su di lei e gli occhi pieni di lacrime. Maria, che lo conosceva, vedeva bene che erano lacrime d’approvazione.

Più difficile, molto più difficile era stato comunicargli la decisione di darsi alla vita della rivoluzionaria. Ora non si trattava solo della lotta. Si trattava di abbandonare il vecchio padre, il padre che adorava e per il quale rappresentava la maggiore fonte di allegria della vita. Però glielo aveva detto, a modo suo, tra il biricchino e l’ingenuo, e lo aveva ripetuto svariate volte, in diverse occasioni, perché lui lo credesse. Il fratello, la sorella e la cognata si burlarono di lei, pensando che stesse scherzando, e le fecero guerra aperta quando si resero conto che faceva sul serio. Solo il vecchio, silenzioso sulla sua sedia, lanciava loro occhiate di disapprovazione e appoggiava Maria. Lei gli accomodava il cuscino, lo pettinava, lo accarezzava e gli diceva:

  • Mi piaci ogni giorno di più, nonnino. Vali più di tutti loro messi insieme. Sei ogni giorno più giovane, lo sai?

Poi era venuta la lunga conversazione con Vaz che, con parole secche com’era suo costume, le aveva spiegato come funzionava una casa del Partito e quali sarebbero stati i suoi compiti. Vaz aveva fissato il giorno in cui lui o Ramos sarebbero andati a prenderla e lei avrebbe dovuto tenere pronte le cose, una piccola valigia o una cesta.

  • Porta solo quello che ti sembra più necessario. Noi ti procureremo quello che dovesse mancare.

Dopo quella conversazione che dava un corso nuovo e completamente diverso alla sua vita, Maria era stata con Afonso al parco e lo aveva baciato per la prima volta, un bacio timoroso e triste che nulla concedeva al sangue e alla gioventù. Camminarono silenziosi fino alla porta e allora ella disse:

  • Così è, mio caro. Se nessuno facesse sacrifici, come si potrebbe andare avanti?

Lo guardò con gli occhi umidi e sgranati e, lasciandolo senza respiro e triste, fuggì verso casa.

Con il suo solito gesto, il vecchio muoveva le labbra come se se le stesse mordicchiando. Guardò la figlia, attendendo i suoi atti e le parole abituali e immediatamente notò qualcosa di strano. Ma prima che potesse indovinare di cosa si trattasse, Maria gli corse incontro:

  • Oh, caro papa!

E lo abbracciò, piangendo convulsamente.

 

 

3

 

Ramos fece la sua comparsa il giorno stabilito.

  • Menomale che sei venuto – disse Marques con evidente soddisfazione – Vediamo se si può correggere qualche sciocchezza.

Ramos era venuto innanzitutto per parlare con Marques, il più vecchio compagno dell’organizzazione locale, responsabile del Comitato Regionale, che aveva sollecitato espressamente un colloquio con lui perché dissentiva con le direttive impartite o trasmesse da Vaz. La questione si riferiva soprattutto alle piazze giornaliere. Marques continuava a pensare che esse fossero un’istituzione reazionaria e che la formazione di commissioni di piazza, invece di successi, avrebbe solo portato difficoltà, l’allontanamento dei braccianti e la repressione contro i compagni migliori.

Marques viveva con la madre, una mecchia magrolina dai grandi occhi sospettosi che, senza motivo apparente, deambulava per la casa a passi silenziosi. Condusse l’amico fino a una stanza in cui una mappa alla parete e un piccolo tavolo con libri e carte ben ordinati contrastavano con il disordine di tutto il resto: il letto da rifare, una sega e una pialla da falegname sul cuscino, pantaloni e calze ammassati sopra una panca e un paio di stivali incrostati di fango secco nel mezzo della camera. Marques tirò la vecchia coperta fin sul cuscino e, offrendo la sedia all’amico, si sedette sul bordo del letto.

  • Se il Comitato Centrale fosse ben informato, non avrebbe mai dato quelle direttive. I risultati sono evidenti.

Con gli occhi rilucenti dietro gli occhiali che gli divoravano il volto magro, trasse dalla tasca un foglio di carta, lo spiegò attentamente e lo mise di fronte a Ramos. Era un editto del Governo Civile, con ancora rimasugli di colla e di calce. L’editto stabiliva multe per i proprietari fondiari che avessero pagato più di quindici scudi giornalieri.

Con impazienza, riuscendo appena a contenere la parola, Marquez osservava Ramos mentre questi leggeva il documento. Quando Ramos arrivò alla fine, proseguì con voce ardente e imperativa:

  • Ecco i primi risultati. Al posto dell’atteso aumento salariale, immediata repressione e fissazione di salari massimi.

Ramos non si mostrò impressionato dalle parole di Marques. Gli domando anzitutto cosa dicessero i braccianti. Marques lo informò che l’organizzazione del Partito, tramite la quale gli era pervenuto l’editto, era della stessa opinione. Ramos gli pose la mano sulla spalla e gli disse:

  • I compagni si sbagliano e ti sbagli anche tu. Quella che adduci a sostegno della tua opinione è al contrario la miglior prova della giustezza della linea del Partito. E che prova, amico!

Ramos tacque per qualche momento, come godendosi l’espressione contrariata di Marques, i cui occhi dietro le lenti parevano braci.

  • Ti sbagli. – ripeté – L’intervento del Governo Civile, stabilendo multe per i proprietari che paghino di più, dimostra oltre ogni dubbio che i braccianti stanno imponendo e ottenendo salari più alti. Per vederlo non servono occhiali.

Avendo detto le ultime parole metà parlando e metà ridendo, Ramos diede una pacca sulla spalla a Marques, una pacca amichevole, condiscendente, protettiva, che subito vide male accolta. Il gesto stizzito di Marques parve dire: «Ti sbagli, se credi di aver detto l’ultima parola».

  • Rispondi a questo – continuò Marques con la voce leggermente tremolante – È o non è vero che, minacciati dallo stesso Stato nel caso che paghino di più, non soltanto non pagheranno di più per paura, ma avranno un magnifico pretesto per giustificare il loro rifiuto davanti ai lavoratori? È vero o no che si tratta di un’offensiva padronale contro i lavoratori?

Guardandolo di traverso, Ramos sembrava divertito dall’esaltazione di Marques:

  • No, non è vero. Non noti nemmeno che le minacce non sono dirette ai lavoratori, ma ai padroni. Sai cosa significa questo editto? Significa che i grandi proprietari, i maggiori proprietari, sono atterriti per le vittorie ottenute dai braccianti, vedono da tutte le parti il padronato costretto a cedere alle rivendicazioni portate avanti dai lavoratori e vogliono organizzare la resistenza e porre un freno al ripiegamento della loro stessa classe. Questo editto deve essere mostrato a tutti i lavoratori come segnale delle vittorie ottenute seguendo la giusta linea del Partito. Amico mio, la via è quella indicata: formare commissioni di piazza e nella piazza, tramite le commissioni, esigere paghe migliori. Quello che tu e il Comitato Regionale dovete fare è dare maggiore assistenza alle organizzazioni bracciantili perché portino avanti questa linea.

Dopo un breve silenzio, come se non avesse fatto caso al gesto stizzito di Marques di poco prima, Ramos tornò a posargli la mano sulla spalla e disse con lo stesso tono condiscendente:

  • Hai preso un granchio, compagno. L’unica cosa che devi fare è ammettere il tuo errore.

Scuro in volto, Marques tacque. Quando riprese a parlare, non fece più riferimento alla faccenda delle piazze giornaliere.

  • Molto spesso, – disse – se sbagliamo è perché non abbiamo la dovuta assistenza. I comitati regionali hanno bisogno di controllori preparati politicamente, che sappiano spiegare le cose, che siano in grado di giustificare le decisioni, e non di responsabili che siano solo corrieri che trasmettono messaggi, travisando (quante volte!) le informazioni della base alla Direzione e le istruzioni della Direzione.

Gli occhi intelligenti di Marques osservavano Ramos come a domandargli: «Devo andare oltre?». E il lieve sorriso divertito che aleggiava sulle labbra di Ramos sembrava rispondere: «Parla, parla, che ho già capito dove vuoi arrivare».

Marques vacillò e finì per risolversi a parlare. Secondo lui Vaz non era in grado di svolgere il suo compito. Esponeva i problemi in modo secco e definitivo, imponeva le decisioni del Comitato Centrale senza giustificarle dovutamente, non sapeva rispondere ai dubbi e alle argomentazioni dei compagni. Marques citò diversi casi che si vedeva come fossero stati annotati e catalogati con rigore.

  • Parlando francamente: – concluse Marques – qualunque compagno del Comitato Regionale è più preparato politicamente del compagno Vaz, che li dirige.
  • Tu credi? – rispose seccamente Ramos.
  • Non è solo la mia opinione. – disse Marques – Il compagno Vítor la pensa come me.
  • Il compagno Vítor? – domandò Ramos, come se stesse chiedendo: «Una tale autorità?», e si ricordò di Vítor col mento appoggiato sulla mano mentre espelleva grosse boccate di fumo.

I due tornarono a tacere: gli occhi di Marques lucevano come braci sul volto pallido; Ramos aveva assunto improvvisamente un’espressione concentrata e severa.

  • C’è altro? – domandò.
  • Sì, c’è altro – disse Marques con voce quasi collerica.

E riferì del lavoro femminile nel settore, del movimento alla fabbrica di yuta, della mancanza di cui Maria si stava per rendere responsabile e dell’errore costituito dal portare via la compagna.

  • Il movimento alla fabbrica di yuta può dirsi liquidato – concluse.
  • E che misure avete preso voi, in relazione alla prospettiva del trasferimento della compagna Maria? – domandò Ramos.
  • Misure? Quali misure?

Le voci risuonarono forti nella casa e la vecchia apparve sulla porta, silenziosa, con i suoi grandi occhi sospettosi.

  • Va bene – le disse Marques, e abbassò la voce.

Ramos, facendo un evidente sforzo per parlare piano a sua volta, cosa che conferiva alla sua voce un tono più esaltato, perlò prima del lavoro femminile nel settore, delle necessità e possibilità di assicurare la continuità del movimento alla fabbrica di yuta dopo la partenza di Maria e della necessità che tutte le organizzazioni considerassero un sacro dovere aiutare l’apparato centrale.

  • L’egoismo dei settori, il localismo, è ancora uno dei grandi mali contro cui lottiamo. Ci sono compagni che dimenticano di essere membri del Partito per passare a essere membri dell’organizzazione locale di Villa Verde de Alguidares o di Casal Novo dos Frades.

I due uomini rimasero a parlare fino a notte fonda. Poi si coricarono sullo stesso letto, coprendosi con la stessa coperta. Ramos si addormentò subito. Marques rimase per lungo tempo con gli occhi aperti nell’oscurità.

La mattina presto, quando ancora era buio, Marques si preparò a uscire. Ramos si rasò e pareva di buon umore.

  • Bene carissimo – disse sorridendo e posando la mano sulla spalla di Marques – Riparleremo di tutto questo.
  • Come no – rispose Marques con gli occhi baluginanti dietro le grosse lenti e il viso pallido per l’insonnia.

Ramos trascorse la mattinata a casa di Marques, scrivendo. Prima di mezzogiorno apparve Afonso, che veniva a prenderlo per presentarlo a Maria.

 

 

4

 

Il treno procedeva lentamente tra i sobbalzi. Ad ogni stazione sostava per un tempo interminabile, senza che si capisse perché. Si udiva lo sbuffare della vecchia locomotiva, un fischio, un corno, il cozzare dei vagoni. Poi un silenzio triste che aderiva alle ombre della notte. Oltre ai vagoni merci non era composto che da una carrozza illuminata da luci fioche. In uno degli scompartimenti viaggiavano tre passeggeri. Da un lato un vecchio, le braccia posate su una borsa appoggiata sulle ginocchia, il capo come sconnesso rispetto al collo magro che si muoveva a tempo con l’incedere del treno. Dall’altro lato, l’uno di fronte all’altra, Ramos e Maria.

Con la nuca appoggiata al tramezzo di legno e gli occhi fissi sul bel volto del compagno, Maria ricorda gli avvenimenti di quel giorno straordinario. Vede lo scoramento di Afonso e il suo atteggiamento disperato nel restare indietro, sempre più perso e distante nel mezzo della strada deserta. Vede i gesti decisi e rapidi di Ramos nello scendere dalla corriera portando il bagaglio di lei in una mano e la valigetta nell’altra. Si vede scendere in mezzo alla strada, una strada piena di fango e circondata da pinete. Si rivede poi seduta accanto al compagno a mangiare una merenda che lui era andato a comprare da qualche parte. Vede le curve della strada su cui avevano a lungo camminato, sedendosi ogni tanto, fino alla piccola stazione.

Si vede poi, già di notte, seduta accanto a Ramos nella triste e scura sala d’attesa, e lui che ne esce per tornare con pane, formaggio e una bottiglia d’acqua. Vede infine comparire, con stridore di metallo e vapore, la locomotiva e il treno. Di tutte le cose che ricorda, una cerca di scacciarla dalla memoria: il volto del veccio padre che si mordicchia silenziosamente la punta dei baffi candidi e (cosa strana!), lui che piangeva sempre, finanche senza motivo, non lo aveva fatto al momento del commiato. Quando le torna alla memoria quell’immagine, Maria fa in modo di scacciarla subito, senza soffermarvisi. Se non ci riesce, le lacrime le salgono agli occhi, è costretta a prendere il fazzoletto e a fare un grande sforzo per non singhiozzare. Allora la mano forte di Ramos viene a posarsi sulla sua spalla e quella voce sicura e allegra:

  • Cosa succede, ragazza?

Oh, quanto abbandonata e sola, tremendamente abbandonata e sola si era sentita durante le prime ore di viaggio. Come le era parso soffocante e odioso il punto della strada in cui era scesa. Quante volte si era chiesta in quelle ore come aveva potuto decidersi a fare quel passo e se non avesse commesso un errore grave e irrimediabile, offrendosi di andare a vivere in una casa del Partito. Quante volte, come dimentica di tutto, si era trovata a domandarsi cosa avesse a che vedere lei con quell’uomo alto e scuro che decideva ora del suo destino.

Poi le ore erano passate e Ramos aveva parlato e riso, le aveva fatto coraggio, aveva scherzato sulla merenda e le aveva raccontato delle storie, e l’aveva guardata con aria divertita e attenta, e Maria era riuscita a rasserenarsi e a sorridere. Quando erano scesi dalla pineta verso la strada, si erano trovati davanti un fosso ai margini della strada.

  • Salti? – le aveva chiesto Ramos.

Maria aveva titubato. No, non sarebbe riuscita a saltare. Ramos saltò allora per primo, con bagaglio e valigetta nelle mani. Dall’altra parte, posando a terra la valigia e aprendo le braccia, l’aveva incoraggiata.

  • Forza!

Aveva saltato male, lui l’aveva afferrata un istante e lei aveva sentito il corpo vigoroso del compagno contro il suo, e alzando gli occhi aveva incontrato quelli di lui, occhi che comunicavano qualcosa di amabile, confuso e inquietante. Maria aveva sorriso, abbassato le palpebre dalle lunghe ciglia e si era scostata. Ma ora le pareva che un ricordo o un’idea venuta da molto lontano, correndole nel sangue, la avvicinasse a quell’uomo.

 

 

5

 

Alla debole luce del vagone Maria guarda il compagno e sente una viva pena al pensiero di doversi separare da lui entro poche ore. Si era già tanto abituata alla sua presenza e al suo modo di essere! Perché non andava a vivere con lui? Dopo le terribili separazioni del mattino, quel nuovo commiato le pareva altrettanto doloroso. Ramos le aveva detto che sarebbe andata a vivere con un altro compagno. Non avrebbe fatto altro che condurla da lui. «E non ti vedrò più?», aveva domandato Maria. Ramos aveva riso della domanda e le aveva detto che si, si sarebbero visti spesso, ed era rimasto a fissarla con uno sguardo divertito ed esperto. Allora Maria, leggermente confusa, aveva evocato l’immagine di Afonso. Ma Afonso, col suo ciuffo che ricadeva sulla fronte, le sue maniere melanconiche e rispettose, le pareva distante e spento, debole e infantile e a quell’immagine si sovrapponeva la figura che aveva davanti a sé, quell’uomo bruno, forte e allegro, e lo vedeva appoggiare la valigia al suolo, aprire le braccia e dirle: «Forza!», e lei aveva saltato e lui l’aveva trattenuta un istante guardandola, guardandola… Come sarebbe stato l’altro? Si sarebbe trattato di Vaz? Le faceva paura l’idea di vivere con un uomo come lui, secco nell’espressione e nelle parole e con quegli occhi fermi, terribilmente freddi e indifferenti.

Dall’altro lato dello scompartimento, l’anziano tossì di una tosse umida e roca:

  • Hai sonno? – domandò Ramos?
  • Un po’…
  • Siediti qui – disse Ramos indicando il posto accanto al suo – Appoggiati alla mia spalla, così dormirai meglio.

Maria andò a sedersi accanto a Ramos e, seguendone il consiglio, si allungò su tutta la panca dandogli le spalle e si coprì le gambe con il cappotto. Il vecchio tossì ancora. Il treno s’arrestò e per lungo tempo, come se si fosse fermato inutilmente, si udì solo la locomotiva che emetteva vapore con un sibilo lontano, monotono e stancante. Poi riprese la penosa marcia. Spossata per gli avvenimenti susseguitisi durante il giorno e per il sobbalzare del treno, Maria cadde in una strana sonnolenza, nella quale nulla pensava e nulla ricordava, ma le restavano sempre in mente quello scompartimento male illuminato, il vecchio che tossiva e la spalla e le braccia di Ramos, cui si addossava sempre di più, cercando appoggio. Il capo le scivolò verso il petto del compagno e Maria avvertì vagamente il breve tocco del volto maschile sui suoi capelli, mentre una mano forte le sosteneva la spalla. Il vecchio discese a una fermata deserta. Da sola con Ramos la penombra dello scompartimento le pareva ancora più rilassante. Quante volte era passata brevemente dalla veglia al sonno? Quante volte, in parte vigile e in parte addormentata, aveva fatto in modo di attaccarsi di più al compagno in cerca di appoggio e comodità? Ora aveva un braccio appoggiato alla coscia di Ramos, una coscia lunga e forte. Sentì il mento del compagno aderire alla sua fronte e lei stessa faceva in modo di restare così.

  • Dormi? – sussurrò Ramos.
  • Come?

E sentì la mano lasciarle la spalla, cercarle il collo e la nuca e voltarle lentamente il capo. Non fece nulla per difendersi. In un attimo vide il bel volto del compagno molto vicino e nella penombra quel volto aveva qualcosa d’inaspettato, invitante e violento. Poi, come se un’altra persona dentro di lei le avesse imposto di muoversi, si staccò di scatto e si allontanò. La mano di Ramos tentò ancora di seguirla, ma con gesto brusco Maria si liberò.

  • Cosa significa questo?

Seduti fianco a fianco, restarono un istante a guardarsi e studiarsi. Maria riuscì a vedere la mano di Ramos sollevarsi e il suo volto assumere un’espressione dura e sgradevole che esprimeva al contempo delusione e minaccia. Allora si alzò e andò a sedersi di fronte, al suo vecchio posto e si sdraiò sulla panca. Ramos non disse una parola. Aveva incrociate le braccia e reclinato il capo all’indietro, chiuse gli occhi e sembrava dormisse, oscillando agli scossoni del convoglio.

«Com’è possibile?», domandava Maria a sé stessa.

Forse per il disagio improvviso o per il freddo della notte, tremava tutta.

Non avrebbe saputo dire cosa la sorprendesse di più, se il comportamento del compagno o il fatto che non provasse nessuna indignazione o vergogna per quel comportamento. No, non provava né indignazione né vergogna. In quel momento credeva di sentirsi in pena per lui e nulla più.

 

 

6

 

All’alba scesero a una fermata deserta. Spirava un venticello freddo e una nebbiolina bianca s’incollava alla tettoia di legno e ad alcuni esili eucalipti che si ergevano tragicamente nelle vicinanze delle rotaie. Oltrepassato il passaggio a livello attraversarono la strada. Dopo pochi metri trovarono Antonio.

Maria si portò avanti di qualche passo e i due compagni la seguirono conversando. Antonio era già stato presentato alle organizzazioni locali e ai compagni isolati, aveva preso conoscenza direttamente di varie lotte in corso, era stato messo al corrente delle questioni riguardanti i quadri politici e aveva ottenuto promesse di nuovi contatti e di punti d’appoggio dove depositare libri. L’organizzazione che avrebbe dovuto supervisionare a partire da quel momento era più ampia e incomparabilmente più forte di tutto il settore dov’era stato in precedenza. Antonio si sentiva un po’ turbato dalla scarsa entità del suo compito precedente al paragone con quello che vedeva, dall’intensità e difficoltà del lavoro che lo attendeva e si sorprese nel constatare come Vaz non solo avesse creato o sviluppato nel giro di sei mesi tutte le organizzazioni che ora lui, Antonio, passava a controllare, ma che aveva anche avuto in carico, animato e dato impulso a quelle che avrebbe controllato Paulo, più ancora tutte quelle che Vaz stesso avrebbe continuato a dirigere e che erano le più numerose, poiché annoveravano quasi tutte le organizzazioni contadine del settore.

  • Come ha potuto Vaz fare tanto? – domandò Antonio a Ramos, come già aveva domandato infinite volte a sé stesso.
  • Guarda amico, – rispose Ramos – Vaz non è un uomo, è un toro!

Un’organizzazione entusiasmava soprattutto Antonio: quella del centro industriale più importante, del cui Comitato Locale facevano parte Pereira, Gaspar e Jerónimo. Antonio si era incontrato con i compagni e aveva constatato che si trattava di un’organizzazione solida e profondamente radicata, con un’intensa vita legata alle masse lavoratrici e con quadri fermi, attivi e intelligenti. Sotto molti aspetti avevano più esperienza che non lui stesso, e da lì scaturiva la sua difficoltà ad aiutarli. Ora capiva la resistenza che Vaz aveva opposto quando si era deciso di affidare a lui, Antonio, il controllo di quell’organizzazione.

  • Non puoi tenerti tutto! – aveva detto Ramos – Resta a te tutto il fondamentale del lavoro contadino e inoltre, in virtù della qualità dei suoi dirigenti e del suo lavoro, questa organizzazione cammina con le proprie gambe e può prescindere dalla tua presenza.

Vaz si era adeguato, ma Antonio capiva le sue preoccupazioni nel lasciare una simile organizzazione.

  • Non avevo mai lavorato con un’organizzazione così efficiente – disse a Ramos.
  • Si, è una delle migliori organizzazioni del Partito – concordò Ramos – Gaspar è un ottimo dirigente.
  • Già, è un bravo compagno.

Poco più avanti, avvolta dalla nebbia, Maria continuava a camminare, morta di sonno, stordita dagli eventi delle ultime ventiquattro ore. «Ma non la finiscono più di parlare?», pensava. E continuava a camminare, sentendo sempre alle spalle, a poca distanza, i passi e le voci. Quando ai margini della lunga linea retta della strada, percorso qualche centinaio di metri dalla fermata, apparve il bianco di alcune case alla debole luce dell’alba, pensò: «Sarà qui?» e guardò indietro, interrogando i compagni con gli occhi. Le loro figure si avvicinarono. Nella nebbia Ramos sembrava più alto e robusto; l’altro più magro.

  • Continua, continua – disse Ramos.

Dopo una buona mezz’ora di cammino, Ramos la chiamò. Quando gli uomini si avvicinarono, Maria notò che la valigia era passata ad Antonio. Ramos mise una mano sulla spalla di Maria e l’altra, con cui reggeva la valigetta, sul dorso di Antonio.

  • Trattamela bene, eh?

Gli occhi dalle lunghe ciglia di Maria restavano spalancati a guardare Ramos, che ora sembrava improvvisamente invecchiato. Anche a Ramos Maria sembrava diversa, né attraente né graziosa. Le tese la mano:

  • A presto, amica. E stai tranquilla, va bene?

Ramos strinse la mano fine e delicata e voltandosi si allontanò con passi rapidi e sicuri.

  • Coraggio, amica – disse Antonio.

Maria prese a camminare al suo fianco.

 

 

7

 

A più di una lega dalla fermata si sedettero su un pendio da cui si distingueva la linea ferroviaria. La casa era vicina, ma si doveva aspettare lì che passasse il treno del mattino, per giustificare con i vicini l’ora d’arrivo.

Maria ora non si poneva più le stesse domande che si era fatta tante volte: Come sarà la casa? E il posto? Come saranno i vicini? Nemmeno aveva fretta di conoscere il compagno con cui andava a vivere. Fece appena caso al fatto che avesse i baffetti. Non vedeva l’ora di arrivare, chiudere gli occhi e riposare.

Antonio parlava poco. Di tanto in tanto, con voce gentile e delicata, le poneva qualche semplice domanda, a volte ripetute: Sei stanca? Hai mangiato qualcosa durante il viaggio? Sei riuscita a dormire sul treno? Ti fanno male i piedi? Hai freddo? Maria a sua volta rispondeva con il minimo di parole: Un poco. Ho mangiato. Ho fatto un pisolino. Non molto. No.

Il treno fece la sua comparsa con arroganza, lasciandosi dietro una confusa agitazione dell’aria e uno sbrindellato manto di vapore abbracciato alla nebbia che aderiva ostinatamente agli alberi o calava tristemente sopra la terra. Poi andò a fermarsi qualche centinaio di metri più avanti con un fischio fastidioso.

  • Possiamo andare – disse Antonio.

In prossimità di alcune case le disse di aspettare, svoltò in una stradina e tornò poco dopo con una pesante valigia.

  • Porta tu la mia valigetta – disse – Io porto i bagagli.

Maria insistette per portare la sua.

  • Più avanti, più avanti – disse lui – Quando sono stanco te lo dico.

Antonio aveva detto che la casa era vicina. Senza dubbio per incoraggiarla. Avevano preso una scorciatoia; sboccarono su una strada dalle grandi buche coperte di sabbia, proseguirono su di essa, tagliarono per un’altra scorciatoia, si lasciarono alle spalle delle casette isolate, costeggiarono villaggi e Maria nemmeno si aspettava più le parole attese ogni momento: «È qui!». Sentiva solo accanto a sé il respiro ansante di Antonio e di tanto in tanto domandava:

  • Vuoi che prenda ora la mia valigia?
  • Ancora no – rispondeva Antonio – Quando sarò stanco.

Già molte volte aveva posato a terra le valige per qualche istante, passando da una mano all’altra la più pesante. Dalla voce e dall’andatura si capiva che sopportava a fatica lo sforzo. Infine si fermò ansante e depose una volta di più i bagagli al suolo. Maria lo guardò per la prima volta direttamente: degli occhi sorridenti scrutavano da sotto la lunga visiera del cappello, troppo grande per lui.

Più avanti, sul ciglio della strada su cui ora camminavano, incontrarono un’ampia tettoia sostenuta da travi annerite dagli anni e dai temporali. Sotto la tettoia erano seduti alcuni uomini. Uno leggeva il giornale. Alla vista dei nuovi arrivati, un ometto basso in maniche di camicia si avvicinò alla strada.

  • È oggi? – chiese.
  • Sì, siamo arrivati adesso – disse Antonio.
  • È arrivato puntuale? – domandò l’uomo.
  • Con cinque minuti di ritardo – disse Antonio.

Quell’uomo aveva dato indicazioni ad Antonio quando questi cercava casa, lo aveva accompagnato nel villaggio vicino e poi lo aveva portato alla cantina, dove lo aveva costretto ad assaggiare il suo vino.

  • È sua moglie? – domandò.
  • Si! – rispose Antonio.

Guardando Maria, vide che era arrossita.

  • Sta meglio? – chiese l’uomo, poiché Antonio aveva spiegato il loro trasloco adducendo motivi di salute.
  • Meglio, grazie.

Da sotto la tettoia gli uomini guardavano il gruppo. Quello che leggeva il giornale era un tipo strano con la barba lunga e vestiti cenciosi con strappi tanto grandi che si sarebbe detto fossero stati fatti apposta per lasciar vedere un braccio paffuto e il petto grasso e peloso. Scrutava insolentemente Maria dall’alto in basso e, ignorando le proteste degli altri che reclamavano la continuazione della lettura, la seguì con lo sguardo finché non scomparve.

Nel paese videro volti sulle porte. Una donna salutò Antonio. Due ragazzini presero a camminare al loro fianco. Maria sentì le parole tanto attese:

  • È qui!

Era una casetta umile, con una porta e una finestra sulla facciata. Antonio introdusse la chiave nella serratura, aprì la porta ed entrarono. Nell’oscurità dell’interno, non sapendo cosa fare, Maria si arrestò. Nel silenzio della casa s’udì il faticoso cigolio di serrature arrugginite. Dal fondo la casa s’illuminò, Antonio tornò, prese le valige e vedendo Maria inquieta e titubante, disse ciò che le aveva detto quando si erano separati da Ramos:

  • Coraggio, amica!

In cucina Maria si lasciò cadere su una panca e si guardò intorno, perplessa e circospetta.

La casa era molto piccola, aveva solo due letti, due tavoli, tre sedie e tre panche come mobilio, però era stata da poco imbiancata e il legno della porta sprigionava un gradevole odore di resina. Antonio aveva già portato il vasellame e qualche provvista e portava ora nella pesante valigia qualche lenzuolo per i letti. Ciò alleviava in una certa misura le preoccupazioni di Maria.

Quello che davvero la tormentava era l’imbarazzo che provava a trovarsi sola in quella piccola casa con un compagno sconosciuto, un giovane uomo che la presentava come sua moglie. Quell’imbarazzo era accresciuto dal fatto di indovinarne uno simile nel compagno con cui era venuta a vivere. Entrambi sembravano vergognarsi di quella falsa situazione e in ogni loro gesto e parola si notava un’invincibile mancanza di naturalezza. Oltre la cucina, la casa aveva solo due stanze: una dava sulla strada di fronte, l’altra, come la cucina, su un cortile cinto da mura. Antonio propose che fosse lui a occupare la stanza posteriore, poiché sarebbe stato lì che avrebbe lavorato e ricevuto i compagni. Dicendo questo, un’altra idea era però presente nella mente di entrambi, ovvero l’idea che avrebbero dovuto interpretare con i vicini il ruolo di due persone che dormivano nello stesso letto. Ipotesi, aspettative, dubbi, difficoltà di convivenza, regole di condotta, tutto si mescolava in quel momento nello spirito dei due giovani. Rimasero dolorosamente in silenzio.

 

 

 

 

8

 

All’alba del giorno successivo, Antonio uscì. All’idea di rimanere sola per cinque giorni Maria sentì un immediato sollievo, vedendosi a suo agio in tutta la casa senza la presenza del compagno. Il primo giorno ricevette molte visite.

Era appena tornata dalla panetteria e stava preparando un po’ di caffè con la porta della cucina aperta, quando vide spuntare dietro il muro del cortile una testa di donna avvolta in un enorme scialle di età e colore indefinibili. La testa si voltava da un lato e dall’altro e, quando si fissava sulla porta della cucina, la donna faceva: «Pssst» per chiamarla. Maria uscì in cortile e la donna le fece un gesto per invitarla ad avvicinarsi di più. Maria si avvicinò e si fermò, bloccata dall’insolita fisionomia della donna: all’ombra dello scialle, occhietti scuri e vivi osservavano dai due lati di un naso adunco come il becco di un rapace.

  • Vuole comprare? – domandò una voce incolore e spenta. E aprendo lo scialle, le mostrò una cesta piena di carote di bell’aspetto.

Maria chiese il prezzo e la donna, che era tornata a coprire il cesto cingendosi lo scialle, chiese per tutto una somma irrisoria.

  • Va bene – disse Maria e andò a cercare i soldi.

L’acquisto la mise di buonumore. La paga che Antonio aveva detto essere quella dei funzionari del Partito era talmente bassa che si era già chiesta spesso come farsela bastare fino a fine mese. Oltre che assai economiche, le carote erano di prima qualità, grandi e tenere. «Abbiamo carote per più di mezza dozzina di pasti», pensava Maria, contenta di un inizio della vita in una casa del Partito così di buon auspicio. Tuttavia non riusciva a levarsi dalla testa gli occhietti vivaci della donna che scrutavano all’ombra del grande scialle. E si domandava con un certo stupore perché la donna non fosse andata a bussare alla porta di fronte. Come per rispondere a quel pensiero, qualcuno bussò alla porta e Maria andò ad aprire. Era l’uomo che aveva visto il giorno prima leggere il giornale sotto la tettoia. Gli enormi strappi dei vestiti lasciavano scoperto il petto grasso e peloso. La barba nera gli copriva il volto. Veniva a chiedere se volessero le sue tessere per il razionamento di petrolio e olio.

  • Come può vedere, – disse guardando sé stesso dall’alto verso il basso – a me non servono.

L’uomo parlava in modo gradevole, con parole chiare e corrette. Malgrado gli stracci e l’aspetto da vagabondo senza un soldo, aveva un atteggiamento dignitoso e orgoglioso che si accordava al corpo nutrito e alla barba imponente che dava maggior risalto ai denti bianchi e puliti. Maria rifiutò l’offerta.

L’uomo, guardandola con un misto di sottomissione e insolenza, abbassò la testa con un’aria inaspettatamente signorile e se ne andò.

Venne anche una vicina magra e affamata a lamentarsi della vita, della mancanza di lavoro e degli abusi del marito e a chiederle di dare a lei i vestiti che avesse deciso di dismettere. Venne una donnina bassa, grassa e complimentosa a dirle che era solita andare in paese ogni sabato e che avrebbe potuto portarle, come faceva per altre, carne dalla macelleria o altre cose di cui avesse avuto bisogno. Venne una ragazza rubiconda a offrirsi di andare a prenderle l’acqua alla fontana. Venne una donna a proporle paglia per materassi e la figlia per lavarle i panni. Venne un uomo a raccontare che il villaggio era piccolo e non bastava per un negozio di alimentari e invece ce n’erano due, di cui uno era il suo, e a chiedere di andare lì per gli acquisti. Vennero due bambini che non dissero nulla, ma spalancarono gli occhi enormi e si strinsero l’uno all’altro come per difendersi da un’imprevista aggressione. Venne un vecchio sorridente che disse di essere il calzolaio. Venne un ragazzo a offrire latte di capra.

E quasi tutta quella gente vestiva abiti sporchi e logori, ricoperti di rammendi, lasciando indovinare, dietro i sorrisi e le offerte, vecchie necessità insoddisfatte. Tutta quella sfilata di miseria smorzò l’allegria che aveva provato dopo l’acquisto delle carote. Al calar della notte, trovandosi sola nel silenzio della piccola casa, fu assalita da una profonda sensazione di sconforto e abbandono.

Solo quando fosse tornato Antonio avrebbe portato libri e giornali. Come lettura per cinque giorni le aveva lasciato solo un opuscolo di una dozzina di pagine, che Maria divorò al risveglio. Ora non aveva più nulla da leggere. Lavò la gonna e la camicetta, pulì con la sabbia le pentole, gli attrezzi da cucina e la caffettiera, strofinò i tavoli e il camino, passò in rivista le reti dei letti, pulì i vetri delle finestre e tagliò pezzi di carta per gli scaffali della cucina.

Ora la povera casetta è in ordine. In ordine i poveri vestiti. E Maria deve far passare altri quattro giorni, quattro lunghi giorni e, ancora peggio, quattro lunghe notti invernali, sola, completamente sola, senza un’attività che la occupi e la distragga. Cantò, pianse, ricordò, sognò, rilesse l’opuscolo, tre, sei, dieci volte, fin quasi a saperlo a memoria, sistemò ancora e ancora le sue cose. Le resta ora una distesa di tempo libero che la deprime e la intristisce. È la prima volta che si trova in una casa senza nessuna persona amica, senza voci, senza rumore d’attività, senza vita. Vaz le aveva detto che avrebbe dovuto lavorare molto e, se avesse desiderato studiare, non le sarebbe mancato l’aiuto. Però sarebbe stato così più in là, dopo il ritorno di Antonio, quando la casa fosse entrata a regime. Ora Maria ha davanti a sé quattro giorni ancora, quattro lunghi giorni e quattro lunghe notti di solitudine.

«Mi senti, nonnino?», pensa Maria ricordandosi del vecchio padre cui sempre raccontava i suoi dubbi, tristezze e gioie. «Senti? Tua figlia è molto sola e molto triste, nonnino. E la notte è così brutta! Ed è così brutto il soffiare del vento! Lei lo sa che la casa in cui si trova è necessaria, che fornisce una base a un compagno ricercato perché possa lavorare per il bene del popolo, che permetterà ai compagni di riunirsi in sicurezza, conservare materiale, produrre documenti. Lei tutto questo lo sa, nonnino mio, e per questo è contenta di adempiere al suo compito. Però è tanto sola e triste, nonnino caro!»

 

 

9

 

Nel pomeriggio del giorno stesso in cui erano arrivati, Antonio l’aveva invitata a fare un giro. Appena fuori del villaggio, a un centinaio di metri dalle prime case, Antonio si era fermato.

  • Ricordati bene questo muro – aveva detto – È il primo da questo lato. Ricordalo bene.

Quando erano giunti alla fine del muro, si era fermato di nuovo.

  • Ricorda questa pietra sporgente. Venerdì pomeriggio vieni qui e disegnaci una croce con il lapis azzurro che ti darò a casa. Non ti sbaglierai?

Avevano così concordato il segnale con il quale, tornando a casa, Antonio avrebbe avuto la certezza che non fosse successo nulla di nuovo. Era quella una misura adottata in tutte le case del Partito per evitare il ripetersi di disastri accaduti in passato. La polizia aveva fatto irruzione in delle casa del Partito in assenza dei compagni e questi, rientrando, erano andati a gettarsi nelle fauci del lupo.

Il venerdì pomeriggio Maria uscì e andò a disegnare il segnale. Su indicazione di Antonio, se qualcuno avesse fatto domande in proposito avrebbe dovuto giustificare quell’uscita dal villaggio dicendo che andava a comprare ortaggi alla fattoria dove si trovava la tettoia sotto la quale, il giorno dell’arrivo, aveva visto il vagabondo con la barba leggere il giornale ai contadini. Non incontrò nessuno lungo il cammino, disegnò il segnale, tornò a casa e preparò uno stufato di patate e carote con una soddisfazione che non aveva sperimentato negli ultimi quattro giorni. Quando il cibo era quasi pronto, stese sul tavolo della cucina un panno che aveva lavato e tinto nei giorni precedenti, mise due piatti uno di fronte all’altro, due postate di piombo, due bicchieri, il pane e il coltello di fianco e al centro della tavola un vasetto di terracotta con il ramo di una pianta dal grazioso fogliame che aveva raccolto ai margini della strada. Ristette un istante a contemplare la tavola, canticchiando. Poi si avvicinò alla porta della cucina per guardare fuori. La luce del giorno moriva nell’atmosfera carica di umidità. Nella lonananza gli oggetti perdevano la nitidezza e i contorni. Si sarebbe detto che una mano invisibile andasse spargendo nell’aria una patina di silenzio e melanconia. Nei giorni precedenti, quei momenti erano i più deprimenti per Maria; l’approssimarsi della notte interminabile le ispirava quasi paura e orrore. Ora era ansiosa che calasse presto la notte, avvolgendo il villaggio nell’oscurità.

  • Arriverò poco dopo l’imbrunire – aveva detto Antonio.

Quando la notte si fu imposta del tutto, Maria ruppe due uova nello stufato e restò a guardarle tra il fumo appetitoso addensarsi lentamente, aguzzando l’udito come se l’addensarsi delle uova dovesse necessariamente essere l’avvisaglia dell’arrivo di Antonio. In effeti si udirono dei passi sulla strada. Maria attese. No, ancora non era lui. Prese alcune braci dal focolare, le spense nel catino e le mise sulla pala. Il debole fuoco manteneva appena bollente lo stufato. Tutto era pronto e non restava che attendere l’arrivo del compagno. Tardava tanto! Maria si sporse dalla finestra della facciata. Poiché la vicina era alla porta e non era il caso, in quel momento, di favorire l’avvio di una conversazione, ritrasse il capo. In cucina sistemò la posizione delle posate. Strofinò con un panno i piatti, che erano già impeccabili e credendo di sentire nuovamente dei passi sulla strada, allungò le orecchie. Ah, com’è doloroso sentire dei passi avvicinarsi, quando si aspetta qualcuno! Come si prolungano, prima di confermare o smentire la speranza! Chiunque fosse, proseguì. «Perché tarda tanto?», si domandava Maria. E improvvisamente fu assalita da pensieri cupi. E se lo avessero arrestato? E se gli fosse successo qualcosa? Come avrebbe fatto a saperlo? Cosa avrebbe dovuto fare nel caso in cui non fosse comparso? Aspettare che arrivasse un altro compagno? Ma questo era impossibile, perché Antonio le aveva detto che nessun altro compagno conosceva ancora la casa. Aspettare quanti giorni? E poi rivolgersi a chi? Oh, come passa lentamente il tempo! Com’è infinito ogni minuto di angoscia e inquietudine! Come si agita il cuore al più piccolo rumore proveniente dall’esterno! Il tempo passa e la modesta tavola che aveva apparecchiato con tanto piacere, e le carote e le patate all’uovo che aveva preparato con tanta allegria, si mostrano ora come cose tristi, come bei ricordi di persone defunte. Maria abbassa la luce della lanterna e va a sdraiarsi supina sul letto. Resta con gli occhi aperti, l’udito allertato, sentendosi indifesa nel vuoto della casa improvvisamente ingigantita dall’agitazione, dall’oscurità e dall’attesa. Resta così per un tempo che gli sembra di molte, moltissime ore, scandite da uno strano orologio di cui il rosicchiare del tarlo segna il corso nel silenzio inquietante.

Poi bussano, lei apre la porta e vede Antonio con una bicicletta. No, non è il giovane uomo sconosciuto la cui presenza sotto il suo stesso tetto la imbarazza e la disturba. È un vecchio conoscente, un vecchio compagno.

  • Finalmente, carissimo, sei tu!

E si affrettò ad aiutarlo a sistemare la bicicletta nella stanza posteriore, a sistemargli il cappello, ad aiutarlo a scaricare un grosso involto dal portapacchi, a versargli dell’acqua nella bacinella perché si possa lavare e a mettere finalmente in tavola il bel pentolone ancora fumante di carote, patate e uova.

Antonio è pallido e affaticato. Ma gli occhi circondati di rughe sorridono alla compagna tanto gioiosi che Maria sorride a sua volta e non smette di sorridere.


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