IL SUONO DEL SILENZIO

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Alberto Biasi – Trittico…tratti bianchi – 2003 – Coll. Archivio Biasi, Padova

La Terra è circondata dal silenzio. Forse l’affermazione non risulterà conforme ai rigori della scienza, ma a dispetto di quel SI di cinquantasette ottave al di sotto del DO centrale della tastiera di un pianoforte che sembra sussurri nel vuoto infinito, l’assenza di suono dovette sembrare vertiginosa ad Aleksej Leonov quando, primo cosmonauta della storia, lasciò l’abitacolo della sua navicella per fluttuare nel nulla circostante e scrutare in lontananza le opalescenze del pianeta momentaneamente abbandonato. Alla Terra è toccato in sorte di avere riunite tutte le condizioni per violare la morta armonia di quell’apparente silenzio: abbiamo aria da far vibrare, corde vocali per fenderla, orecchie con cui catturare e interpretare il risultato. E abbiamo intelligenza per modulare quei suoni, per associarli l’uno all’altro, per attribuire loro significati multiformi ben al di là della pur infinita ricchezza della nostra espressività verbale. La Terra non si limita a riecheggiare dei suoni racchiusi dalla sua atmosfera: la vita attribuisce loro significati precisi. L’Umanità ne fa a un tempo l’oggetto e il viatico per le più eccezionali astrazioni. Orecchie ed intelligenze umane si cimentano di continuo nel tentativo di trascendere i significati acquisiti e formularne di nuovi, facendo di quella riformulazione incessante il significato stesso della nostra storia che non ammette, non riconosce limiti spaziali e temporali, che non si arrende di fronte all’incomprensione e all’ignoto, che rifiuta l’accidia come frutto indecente della resa impossibile al mistero della morte.

Melegnano è silenziosa in agosto. Troppo silenziosa. Non del silenzio banale che ricerchiamo la notte, quando accostiamo le imposte per predisporci al sonno. Melegnano è permeata di un’umanità silente, stanca, ripetuta sempre identica come lo scoccare di un metronomo. Il silenzio di Melegnano pesa sul morale, sull’intelligenza, come una negazione perentoria delle infinite possibilità offerte dall’essere uomo. I suoni di Melegnano sono una negazione della natura intima del Suono. Essi rimbombano nella fiacca del crepuscolo come la secca, opaca ferita che sopprime gli slanci dell’audacia intellettuale, come la costanza impressionante che ferma il palpito commovente dei sentimenti. La cittadina di provincia rantola senza increspare l’aria, uccisa da un’inconsapevole rinuncia.

Non si tratta solo di Melegnano. Ho trovato la stessa silenziosa abdicazione in molti luoghi diversi. Essa era umida di fiume e di lacrime tra gli orpelli ferrei del Pont des Arts, in una Parigi mai come ora annegata nella Senna. Intrideva di sé le pietre arse della civiltà sepolta sotto i crolli secolari di Roma, inebetita e corrotta. Sovrastava il boato trattenuto dalle altezze artificiali di Manhattan, avida al punto da non saper rinunciare nemmeno all’invadente, indomabile fragore che si rapprende sulle strade senza altro limite che non sia l’orizzonte. Ovunque è silenzio di pensieri, silenzio di desideri, silenzio di coscienze, silenzio di sentimenti, silenzio di aspirazioni, silenzio di preghiere, silenzio di speranze, silenzio di ambizioni, silenzio di amori, silenzio di passioni, silenzio di lacrime, silenzio di protesta, silenzio di conquista, silenzio di angosce, silenzio di miseria, silenzio di ricchezze ripugnanti, silenzio di omicidi, silenzio di suicidi, silenzio di amicizie, silenzio di battaglie, silenzio di memorie, silenzio di progetti, silenzio di fantasmi, silenzio d’immaginazione, silenzio di lavoro, silenzio di galere, silenzio di musiche, silenzio di conversazioni, silenzio di assenze, silenzio di ritorni… Senza sintassi, senza ordine e ragione, l’azione umana pare aver rinunciato a risuonare di sé, a conversare con la natura circostante a proposito del significato del suo allungarsi sulle curve superfici del mondo. Il miserabile “ricercare sé stessi” nell’anfratto abominevole della voluttà ad ogni costo, dell’Io ripugnante che non si specchia e non si compenetra nella pratica quotidiana con l’altro da sé, del desiderio non condiviso, dell’amore ricevuto e non offerto, degli affetti consumati non per abbracciare ma per escludere l’universo, delle speranze e ambizioni che non conoscono altro traguardo che la morte, della vacuità riempita con piatti ricolmi di cibo da fotografare prima di divorarli in silenzio, mentre trascorre e si perde l’immagine dei commensali trascurati… Tutto contribuisce a confondere l’eccezione inesplicabile della nostra specie nel silenzioso affanno dello spazio inconoscibile, come se al cosmonauta fosse stato reciso il laccio che lo teneva assicurato al vettore, per dimenticarsene nello scomparire della sua figura intabarrata nell’oscurità.

Uscire alla vita, pensare tutto e discutere i pensieri, trascinare nella polvere e dissacrare le divinità al neon che violentano i marciapiedi, osservare con orgoglio e pulizia morale l’autunno a venire, riproporsi di amare senza riserve né prudenza e conoscere attraverso l’amore. Trovare nella disciplina una forma nuova di libertà. Far palpitare nei secondi e nei minuti un’aspettativa che non finisce in se stessa. Osare contro l’atmosfera e incidere con misurata violenza la trama del silenzio per farne sanguinare nuove, inaspettate suggestioni.

Agosto trascorre. Melegnano, Parigi, Roma, New York vivono dello stesso respiro. Nel loro battito pulsa la condanna a morte che grava su questo silenzio contro natura.


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