A DOMANI COMPAGNI di Manuel Tiago (Pseud. Álvaro Cunhal) CAPITOLO II

Traduzione dal portoghese di Alessio Arena

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Da entrambi i lati della strada, le casette scrutavano silenziose e timide. Alcune si raccoglievano in piccoli gruppi, separate da pochi metri di terra o da muri di pietra a secco. La maggior parte sembravano voler evitare la compagnia: si circondavano di pinete e uliveti, s’innalzavano sui poggi o s’immergevano nella verdura pallida di fichi e roveti.

La casa della bimba Ermelinda era attaccata alla strada. La più vicina, a trenta metri buoni dall’uliveto, era stata affittatala poco a una famiglia di Lisbona. La bimba Ermelinda era intervenuta nella questione. Un giorno le si erano presentati alla porta due individui con bicicletta alla mano, chiedendo se fosse possibile affittare la casa. La bimba Ermelinda aveva ormai da tempo superato l’infanzia. Era brutta e religiosa, ma le piaceva conversare e scherzare, soprattutto con uomini giovani e simpatici. Visto che era proprio questo il caso, si era interessata alla questione, era andata a cercare la sorella del proprietario e lei stessa aveva mostrato loro la casa. Uno dei due individui aveva il volto ampio, dalla pelle chiara, con un’espressione severa e occhi d’inusuale fermezza. Parlava con voce calma e rispondeva a tutto con sicurezza e prontezza. Gli aveva chiesto di dove fosse, cosa facesse, se i suoi genitori fossero ancora vivi, se si sarebbe fermato per molto o poco tempo, se fosse malato, se sarebbe venuto con l’autobus, se ricevesse le razioni alimentari a Lisbona. E lui, guardandola con i suoi occhi fermi e sereni, aveva risposto esaurientemente a tutte le sue domande. «Però è strano, – aveva raccontato più tardi la bimba Ermelinda – gli ho chiesto tutto, lui ha risposto a tutto, ma sono rimasta senza saper nulla». Solo quando chiese come avrebbero portato i bagagli ottenne una risposta concreta che le rimase impressa. A dargliela fu l’altro tizio, un uomo alto e abbronzato, dai tratti fini e dall’espressione allegra, che parlava in tono scherzoso e che per questo e per il modo malizioso in cui la guardava, era piaciuto molto alla bimba Ermelinda.

  • Il bagaglio? – disse – Arriva in bicicletta.

La bimba Ermelinda scoppiò a ridere e l’uomo abbronzato, dandole familiarmente una pacca sulla spalla, si mise a ridere a sua volta.

Una mattina la bimba Ermelinda aprì la finestra e scorse della gente nella casa vicina.

  • Sono arrivati stanotte e nemmeno me ne sono accorta! – disse al marito, bisbigliando come si usa per le grandi confidenze.

Il marito era molto diverso dalla bimba Ermelinda. Lasciava sempre a lei la cura dell’orto che possedevano; lui lavorava in casa come calzolaio, con grande lentezza, mettendo le labbra in posizione per fischiare, ma facendolo solo mentalmente. Lei parlava animatamente e velocemente, lui in modo moderato e lento. Lei aveva la pelle grinzosa, il corpo muscoloso, il petto piatto, modi energici ; lui aveva le carni flaccide, pienotto senza esser grasso, di pelle pallida, modi tranquilli, ed esibiva sul volto diverse piccole rughe strette che parevano dipinte. Ancora sbadigliava, poco soddisfatto del sonno.

  • Sono arrivati stanotte! – ripeté la bimba Ermelinda, sottintendendo con quell’affermazione interrogativi, dubbi, curiosità e progetti.

Il marito si limitò a dire, con la sua voce strascicata, che pareva echeggiare all’interno della bocca:

  • E quindi?

Nel pomeriggio la bimba Ermelinda s’incontrò con Amelia e le domandò se aveva sentito arrivare i vicini. Amelia aggrottò le sopracciglia, come era sua abitudine, e rispose:

  • A me non interessano gli affari degli altri, bimba Ermelinda.

La bimba Ermelinda se ne andò borbottando e osservando con strana attenzione il suolo della scorciatoia.

  • Quello che m’infastidisce – disse quando arrivò a casa – è che né ho sentito l’automobile, né si vedono impronte di ruote. Non possono essere venuti a piedi.

Al marito piaceva vederla irritata e rise con la sua risata profonda e lenta:

  • Oh-oh-oh!

In tutto ciò, alla bimba Ermelinda i nuovi vicini erano piaciuti. Era gente educata, senza esser stupida. A volte, in estate, venivano delle famiglie da Lisbona. Se andava bene, frequentavano le Pim-Pa-Pum, le persone più ricche del posto, cui la bimba Ermelinda aveva dato quel soprannome perché non potevano sentire un rumore provenire dalla strada senza precipitarsi immediatamente alla finestra, sporgendo il capo, facendo ruotare il collo e guardando da una parte e dall’altra. I nuovi vicini erano solo una coppia di sposi, anche se spesso veniva a far loro visita il fratello della signora: l’uomo alto, bruno e simpatico che aveva risposto in merito alla bicicletta. Erano cordiali con tutti e la signora non passava mai in un luogo in cui ci fossero dei bambini senza rivolgere loro delle parole affettuose. Tuttavia conducevano una vita molto appartata. Trascorrevano giorni e giorni in cui solo la signora si affacciava alla porta o alla finestra, scuotendo uno strofinaccio con gesti dolci o guardando per qualche istante, con espressione triste, gli alberi e il cielo.

 

2

Seduta sullo scalino della porta, la bimba Ermelinda si era avvolta in un vecchio scialle e guardava la finestra aperta e illuminata della casa vicina. Non si vedeva neanche un’ombra passare davanti al candelabro, né si udiva alcun rumore di voci. Solo la tenue luce rivelava la presenza di qualcuno. Il marito, con la giacca sulle spalle, venne a sederle accanto e rimase lì, attratto anche lui dal quadrato illuminato della finestra dei vicini. Dall’altro lato s’indovinava appena la cinta bianca della strada che scendeva attraverso la macchia scura degli alberi fino a perdersi laggiù, oltre la grande curva. Di tanto in tanto, una voce distante o l’abbaiare d’un cane. Poi il silenzio tornava a imporsi nell’aria scura, umida e tiepida.

Improvvisamente, dalla collina di fronte, dall’altro lato della strada, su cui quasi non si distingueva la macchia chiara della casa di Ernesto, si udirono provenire voci alterate. Poi si fece di nuovo silenzio e la notte restò vuota e placida. Solo in direzione della casa di zio Luis si udiva abbaiare Magano, esaltato e rauco. Il marito della bimba Ermelinda sbadigliava e, stiracchiando le braccia nell’oscurità, si alzava per andare a dormire, quando un grido di donna, chiaro e nitido, giunse fino a loro:

  • Aiuto! Aiuto!

Al gridò seguì una confusione di voci di donne e bambini.

Pareva che le case si fossero approssimate improvvisamente al di sopra della strada e che tutta l’atmosfera fosse impregnata di quel grido e lo spargesse. La bimba Ermelinda saltò in piedi, guardò il marito, poi la finestra illuminata dei vicini e gridò:

  • Signor Francisco! Signor Francisco!

Alla finestra illuminata apparve la figura della signora, poi quella dell’uomo. E mentre sulla collina di fronte continuavano le grida afflitte, la voce serena del signor Francisco giunse fino a lei:

  • Che succede?
  • Venga signor Francisco, che si ammazzano!

Le ombre scomparvero dalla finestra. Quella della signora tornò e si accostò al parapetto. Poi due figure discesero dall’uliveto a lunghi passi. «Due?», pensò la bimba Ermelinda, «non mi ero accorta che avessero visite». Poco dopo cessarono le grida e tutto tornò alla tranquillità, all’oscurità e al mistero. Solo qua e là, disperse nella notte, si sentivano voci nelle altre case, allarmate per le grida.

  • Se fossi io, non ci andrei – disse con voce impastata il marito della bimba Ermelinda.
  • Non ci andresti? – sibilò la moglie, avvicinando il volto a quello di lui come a volerlo fustigare col fiato delle parole – Non ci sei andato, co-dar-do!

L’uomo rise fintamente: «Oh, oh, oh», quindi si sentirono risuonare i ciottoli del sentiero di fronte. Si udì il suono più nitido dei passi che tagliavano la strada e alcune figure molto vicine (una che sembrava essere trasportata) salirono lungo l’uliveto in direzione della casa vicina. Le figure scomparvero dietro la casa, l’ombra della signora si ritrasse dalla finestra e poi la luce cambiò posizione, danzando verso l’interno fino a scomparire.

Si udirono altri passi, una nuova figura sorse sulla strada e percorse l’uliveto seguendo lo stesso cammino.

I due restarono in silenzio nella notte, ora sinistra e insensata per l’assenza della finestra illuminata. Di lontano Magano abbaiò di nuovo, esaltato e rauco. Il tempo passava e nessuno ricomparve.

  • Io ci vado!- disse la bimba Ermelinda tanto per dire qualcosa.

Ma siccome l’uomo borbottò: «Cosa vai a fare a impicciarti là?», si decise e risalì l’uliveto, calpestando le stoppie con passo affrettato e nervoso. Sul retro della casa, da sotto la porta della cucina filtrava un filo di luce. Bussò. Aprirono. Quello che vide la lasciò senza parole.

Al tavolo stava seduto Ernesto con una tazza di caffè fumante davanti a sé. Osservava la tazza con aria concentrata e di tanto in tanto alzava gli occhi congestionati, guardava l’uno o l’altro e tornava a fissare la tazza. Dopo averle aperto la porta e averla invitata a entrare, il signor Francisco si avvicinò al camino e, col volto più pallido del solito, si mise a osservare attentamente la signora. Il fratello della signora, appoggiato al parapetto della finestra, un po’ in disparte, sembrava divertito. La moglie di Ernesto era anche lei seduta a tavola, con gli occhi neri e i capelli neri anch’essi  che contrastavano con la pelle bianca e bella. Teneva in braccio la figlia più piccola e, appoggiato sulla spalla, con un’aria sonnolenta e annoiata, un ragazzo identico a lei. Anica cercava di sollevare la tazza di caffè con entrambe le mani, si bruciava, diceva oh! oh! con aria indignata, ci soffiava per raffreddarla, applaudiva e rideva. E la signora, di fonte a Ernesto, volgeva il viso secco e triste verso Anica e diceva in tono amichevole e grave:

  • Aspetta un poco che si freddi, cara.

La bimba Ermelinda, capendo di essere di troppo dagli sguardi scherzosi del fratello della signora, dovette rientrare a casa senza sapere né capire nulla.

 

3

Ecco cos’era successo:

Erano tutti davanti alla cancellata del Rospo.

  • I figli logorano. – disse la moglie di Ernasto – Io ne ho tre e sembro una vecchia.

Appoggiato al muro, il Rospo rise:

  • Sembra una vecchia, ma bisogna vedere molte giovani.

Conversarono ancora un po’. Quando già si auguravano tutti la buonanotte, Ernesto si rivolse al Rospo:

  • Puoi ripetere quello che hai detto prima?

Il Rospo balbettò qualcosa e rise, senza sapere se l’altro parlasse seriamente o scherzasse. Ma a Ernesto la cosa non andava giù. Lui lo vedeva in che modo il Rospo guardava sua moglie. Il Rospo? Lui e tutti gli altri. Accorgendosene, s’inorgogliva per la pelle bianca e fresca della moglie, con i suoi occhi e capelli di un nero provocante. Era questo che gli piaceva di lei ed era questo che non le perdonava. Allora, complice un po’ di vino, sfogando antichi rancori insultò la moglie, insultò il Rospo e finì per andar contro quest’ultimo con atteggiamento violento. Le donne gridarono e lo trascinarono fino a casa. Quando ormai pareva che fosse tutto finito, Ernesto, in preda a un impulso improvviso, era corso nel capanno e aveva afferrato una vanga.

Prudentemente il Rospo entrò nel cortile recintato, prese una spranga e chiuse l’inferriata. Con gran schiamazzo si assieparono lì donne e bambini per impedire il passaggio a Ernesto. Nel momento in cui la moglie del Rospo si era gettata per terra urlando ed Ernesto arretrava di qualche passo per lanciare un nuovo assalto, una figura sorse dall’ombra, gli afferrò il braccio armato torcendoglielo dietro la schiena e una voce sconosciuta gli sussurrò all’orecchio:

  • Calmino, eh?

Ernesto fece un gesto, tentando di liberarsi. Poi un altro più disperato. Ma lo sconosciuto, più alto di lui, si adeguò ai suoi movimenti quasi senza sforzo, continuando a serrargli il braccio come in una tenaglia. Con la coda dell’occhio Ernesto scorse un’altra figura d’uomo a qualche passo da lui e, dall’atteggiamento, non ebbe dubbi che si preparava a intervenire. Un ricordo improvviso gli rivelò quello che stava accadendo: «Sono in arresto», pensò. (Anni prima era stato arrestato nelle strade di Lisbona e anche allora il poliziotto gli aveva afferrato il braccio in quel modo.)

  • Togligli quell’affare di mano – disse all’altro quello che lo teneva.

Ernesto sentì mani nervose prendergli vigorosamente le dita e aprirle fino a che la vanga non cadde a terra. Lo sconosciuto lo spinse verso la discesa, mentre l’altro diceva qualche parola alla moglie di Ernesto che, piagnucolando, chiedeva dove lo stessero portando. Incespicando sui ciottoli del sentiero, Ernesto sentiva un misto di rabbia, vergogna, sollievo e curiosità: «Vediamo cosa succede adesso», pensava.

La porta si aprì e alla luce del candelabro scorse un volto magro di donna, serio e intelligente. Gli ordinarono di entrare ed entrò. Gli ordinarono di sedere: sedette. Saranno davvero poliziotti? Era davvero in arresto? E in quel caso, sarebbe venuto un cellulare a prenderlo? L’uomo più alto, quello che gli aveva afferrato il braccio, gli porse del tabacco trinciato e le cartine per fumare. Nonostante volesse rifiutare, Ernesto si ritrovò con le cartine e il tabacco in mano. Mentre udiva provenire dal camino il rumore del fornello a petrolio, si mise a fare disordinatamente la sigaretta. Tanto grossa che la cartina riusciva appena ad avvolgerla. Ernesto arrossì fino alle orecchie senza capire come aveva potuto prendere tanto tabacco.

Subito dopo giunse sua moglie con Anica in braccio e Juan afferrato per il braccio. Le fu offerto dove sedersi. Ernesto era ancora sopraffatto dalla sorpresa e la vergogna, ma i padroni di casa parevano non preoccuparsene. Non gli rivolgevano la parola e parlavano solo con Anica. La padrona di casa spense il fuoco ed Ernesto sentì il rumore del coperchio di una caffettiera. Poi gli giunse alle narici un appetitoso odore di caffè. La moglie sorrideva per lo scampato pericolo e la sua pelle pareva ancora più bianca e gli occhi e i capelli ancora più neri e lucenti, e questo dava a Ernesto un senso di soddisfazione senza sapere perché. La padrona di casa, con un sorriso che contrastava con la sua espressione triste, domandò che età avesse Anica, le fede una timida carezza con la punta delle dita e, servendo il caffè in una tazza, le mise in bocca il cucchiaio coi rimasugli di zucchero. Anica titubò, succhiò il cucchiaio e rise. Ed Ernesto, alzando lo sguardo dalla scodella di caffè che gli avevano messo davanti, guardò Anica, guardò quella donna sconosciuta e sentì andarsene la disperazione e rinascere il gusto della vita. Fu per sorridere, ma si contenne dal commettere un simile azzardo e aggrotto più pronunciatamente le sopracciglia.

La moglie di Ernesto rifiutò con delicatezza il caffè e il figlio lo fece in malo modo. In quel momento giunse la bimba Ermelinda con gli occhi infiammati di curiosità. Poi la bimba Ermelinda se ne andò. Ernesto bevve il suo caffè. Nessuno gli rivolgeva la parola. Solo la padrona di casa, mettendogli davanti lo zucchero, gli aveva detto, guardandolo con i suoi occhi tristi:

  • Si serva a suo gusto.

E lui, desideroso di contribuire alla cerimonia, si era servito a suo gusto. Si attendeva in qualunque momento di sentire un riferimento alla baruffa e si preparava anche a interrogatori, censure e insulti. Niente. Neppure la padrona di casa chiese cosa fosse successo.

  • Ascolta cara. – disse questa ad Anica quando si alzarono in piedi mezz’ora più tardi – Quando ti va vieni qui a trovarmi. D’accordo?

Di nuovo le fece una fugace carezza con la punta delle dita, un gesto che denunciava a un tempo desiderio e timore d’affetto e che rifletteva lo stesso contrasto esistente tra il suo sorriso e la sua aria triste.

Anica rispose con voce acuta e bagnata:

  • D’accordo.

 

4

Quando Ernesto uscì con la moglie e i figli, la signora si avvicinò alla finestra per vederli scendere attraverso l’uliveto e i due uomini si diressero verso una stanza interna, in cui l’aria sapeva fortemente di tabacco.

La luce della lampada a olio corse pigramente lungo gli angoli. C’era un uomo, il corpo adagiato sul tavolo, dal volto tondo e arrossato, capelli grigi e occhiali di tartaruga. Dalla lentezza con cui si raddrizzò sulla sedia, si capiva che era rimasto in quella posizione da molto tempo, temendo di far rumore e rivelare la propria presenza e che l’assoluta immobilità lo aveva intorpidito. Gli occhi sonnolenti e spaventati dalla luce scrutavano timidamente da sopra le lenti verso i nuovi arrivati. In un angolo, sopra un letto, giaceva supino un ragazzo magro dai baffetti neri, con le mani incrociate dietro la nuca. Rimase immobile per qualche istante. Poi si mise in piedi con un agile salto e si avvicinò al tavolo con un sorriso largo sul volto e gli occhi maliziosi cirgondati da piccolissime rughe. Sembrava pregustare le novità che gli stavano per annunciare.

Era la prima riunione dell’organismo del Partito creato per dirigere l’attività in un vasto settore, fino ad allora assegnato a Vaz (il signor Francisco, come lo chiamavano nel luogo in cui viveva), aiutato e controllato da Ramos (che aveva accompagnato Vaz quando era venuto ad affittare la casa e si faceva passare per suo cognato quando veniva a visitarlo). Lo sviluppo dell’organizzazione rendav impossibile che un compagno si assumesse la supervisione di tutto. La creazione di organismi di direzione in zone legate al Partito era fino a poco tempo prima particolarmente difficile, perché si avevano a disposizione quadri nuovi e inesperti. Nei centri maggiori, dove il Partito era radicato più solidamente, si erano di fatto formati dei comitati regionali che s’incaricavano di varie zone. Ma nella maggior parte dei casi, perché continuassero i progressi, per prestare davvero attenzione ai contatti che si sviluppavano in ogni momento e dar loro consistenza organica, era necssario che il grosso del lavoro fosse affidato a persone interamente dedicate a quasta attività.Così si era deciso ed erano stati scelti per lavorare con Vaz i compagni Antonio e Paulo. Ramos avrebbe smesso i contatti con le organizzazioni di base, continuando però a controllare il settore.

Mentre Ramos raccontava con voce rapida e allegra quel che era successo con Ernesto, Antonio seguiva la narrazione accarezzandosi lentamente i baffi, con i piccoli occhi che brillavano di soddisfazione e malizia. Paulo sembrava assonnato e continuava ad avere le palpebre contratte, sbirciando placidamente un’agenda, come se non nutrisse nessun interesse ad ascoltare quella storia e volesse palesarlo agli altri.

  • È tutto. – concluse Ramos – Il tizio se n’è andato col suo caffè, Vaz si è fatto qui nella zona un amico che può essere utile in ogni momento e noi possiamo dedicarci al nostro lavoro, ché già abbiamo perso più di mezz’ora.

Col volto rotondo più arrossato che d’abitudine, Paulo sollevò per qualche istante gli occhi timidi da dietro gli occhiali di tartaruga, come se volesse dire qualcosa, ma finì per tornare alla sua agenda, scorrendola con le dita corte e grosse, dalle unghie ben tagliate.

  • Abbiamo dato un occhio all’organizzazione. – disse Ramos continuando la riunione interrotta – Qualcuno vuole aggiungere qualcosa?

Paulo tornò a guardare l’uno e l’altro compagno con aria interrogativa, cosa cui Ramos non fece caso. Vaz se ne accorse.

  • Un momento. – disse con la sua voce serena – Vorrei dira qualche parola su quel che è appena successo. Penso che Ramos e io siamo stati precipitosi.

Paulo guardò i compagni da sopra gli occhiali, come domandando se qualcuno potesse dubitare della verità delle parole di Vaz. Ramos ne dubitava.

  • Non facciamo drammi. – disse – Per quanto mi riguarda è successo solo questo: hanno chiamato e sono accorso. Ho visto il tizio con la zappa e gliel’ho tolta. Ho constatato che se fosse rimasto lì si sarebbe scagliato contro l’altro e l’ho portato qui perché si calmasse. Tutto è finito bene e abbiamo rafforzato considerevolmente la posizione di questa casa. È molto importante che ci sia chi ci debba dei favori e quello di oggi non è di poco conto. Per di più, cari compagni, – aggiunse sorridendo – è sempre buona cosa esercitare i muscoli. Continuiamo il nostro lavoro?

Antonio sorrise soddisfatto. Paulo guardò Vaz.

  • Ancora due parole. – disse Vaz serenamente – Le cose sarebbero potute andare diversamente e, sia perché avrebbero potuto chiamarci come testimoni, sia perché ci saremmo potuti trovare direttamente coinvolti nella vicenda, abbiamo rischiato di mettere in pericolo la sicurezza della casa. Siamo stati precipitosi.
  • Continuiamo col nostro lavoro? – Insistette Ramos. Il tono era adesso duro e incisivo.
  • Possiamo continuare. – disse Vaz tranquillamente, guardando Ramos con occhi sereni e fermi – Però fai male a non riconoscere una cosa tanto evidente.
  • Per giunta eravamo qui! – sottolineò Paulo, arrossendo e guardando gli altri come a chiedere scusa per l’ardire.
  • Continuiamo? – domandò Ramos per la terza volta.

Continuarono.

Un’ora più tardi entrò nella stanza la compagna di Vaz. Mise in tavola una caffettiera, due scodelle, due cucchiai e lo zucchero con il mestolo dentro.

  • Senti amica. – disse Ramos mettendole una mano sulla spalla – Anche i cucchiai sono razionati?

La compagna scostò la spalla e non rispose. Prima di uscire, guardando Vaz con un sorriso triste gli passò lentamente la mano tra i capelli. Vaz le seguì con sguardo attento e restò un istante a guardare la porta chiusa, pensando qualcosa di confuso e distante.

 

5

Si trattava di passare in rassegna tutti gli aspetti dell’attività del settore perché i nuovi compagni, Antonio e Paulo, ne fossero al corrente prima di cominciare a lavorare. Si trattava di distribuire incarichi tra i tre, scegliendo le organizzazioni che ciascuno avrebbe dovuto controllare. Si trattava di prendere decisioni su una serie lotte in corso. Si trattava di decidere l’orientamento da assumere in alcune delicate questioni riguardanti i cuadri politici, come quella del Comitato Regionale, dove alcuni amici, influenzati dal falegname Marques, continuavano a manifestare gravi incomprensioni riguardo alla contrattazione del lavoro in piazza, attribuendo la linea adottata al cattivo lavoro di Vaz e chiedendo la venuta di Ramos. Si trattava anche di risolvere il difficile e urgente problema delle residenze.

In realtà, escludendo Ramos che non era proprio della zona e risiedeva da un’altra parte, dei tre compagni del nuovo organismo solo Vaz aveva una compagna e una casa. Il caso di Antonio richiedeva urgentemente soluzione. Erano due anni che Antonio era funzionario del Partito. Nella regione da cui proveniva aveva sempre vissuto in stanze in affitto. Trasferito da quella regione, dove era stato localizzato e la sua sicurezza era in pericolo, era giunto precipitosamente nel nuovo settore e viveva ora in casa di Vaz, mantenendo la sua presenza completamente nascosta alla gente del posto, con grandi difficoltà per uscire e rientrare senza essere visto. Per di più la direzione si opponeva a che due funzionari del Partito con funzioni di organizzazione risiedessero nella stessa casa. Era quindi necessario trovare immediatamente una casa per lui e Vaz aveva già parlato con l’amica che Afonso, forzato, gli aveva presentato. Antonio era uscito a cercare casa. Visto che Ramos doveva andare al Comitato Regionale, di cui Afonso e Marques facevano parte, e dal momento che Vaz doveva andare a mettere in contatto Antonio con altre organizzazioni e a dare assistenza immediata a lotte che erano state opera sua, decisero che Ramos approfittasse della visita al Comitato Regionale per portare l’amica e presentarla ad Antonio che, a sua volta, l’avrebbe condotta alla casa affittata.

Quanto all’alloggio di Paulo, la questione era provvisoriamente risolta e Ramos non dimostrava fretta di accomodare le cose in altro modo. Paulo viveva a casa di un panettiere, in un piccolo villaggio. Era stato presentato a vicini e conoscenti come un parente che aveva affari nella regione e si sarebbe trattenuto lì per qualche settimana. Ma a detta di Paulo, solo di notte era possibile lavorare. La casa era angusta, non c’era una camera in cui potesse stare a suo agio, venivano continuamente persone di famiglia e clienti a fare domande indiscrete e, soprattutto, c’erano quattro bambini che non lo lasciavano tranquillo un attimo: gli rovesciavano i libri, toccavano le sue carte, andavano a infastidirlo, lo afferravano, lo sfidavano a vari giochi, lo pizzicavano, lo spettinavano, gli facevano gli scherzi più diversi e tentavano perfidamente – anche se fino ad allora senza successo – di rubargli gli occhiali dalla punta del naso.

  • Coraggio Paulo. – disse Ramos ridendo e parlando contemporaneamente, con il suo modo peculiare di fare di ogni parola una risata – Devi farci l’abitudine.

Paulo lo squadrò timidamente da sopra i suoi occhiali e non rispose. Si vedeva che era rimasto poco soddisfatto perché non si rifletteva mai seriamente sulla sua situazione personale.

La mancanza di attenzione di Ramos per questo problema non era solo il risultato dell’idea che l’alloggiamento di Paulo fosse buono e che non fosse per nulla facile trovare di meglio. Era soprattutto conseguenza della convinzione che Paulo non avesse le qualità necessarie per essere funzionario del Partito e che entro poco tempo, nella misura in cui non avrebbe saputo assolvere alle necessità poste dalle sue nuove responsabilità, si sarebbe visto come la ragione fosse dalla parte sua, di Ramos, nelle discussioni avute a riguardo con i compagni della Segreteria. Ramos non negava che Paulo fosse un compagno onesto, anche perché per di più lo conosceva da molti anni. Ma per lui, Ramos, i cui più piccoli gesti e attitudini rivelavano immediatamente una focosità fuori dal comune, rapidità e audacia nelle decisioni, ottimismo nell’affrontare le difficoltà e i pericoli, per lui il compagno Paulo, timido, incerto delle proprie opinioni, che arrossiva di fronte alla benché minima obiezione e molle, molle, molle come una pappamolla, non avrebbe saputo far fronte alle esigenze della vita e alle attività di un funzionario del Partito. Anche per questo, quando si trattò di distribuire tra i tre compagni il controllo delle organizzazioni del settore, Ramos si assicurò che non fossero affidate a Paulo che le più semplici, senza grandi prospettive, come quella dell’avvocato che non voleva nemmeno i giornali, o quella di Manuel Rato, isolato nel suo villaggetto, o quella del calzolaio che da mesi prometteva di convocare la riunione del Comitato Locale.

  • Le più pacifiche, le più pacifiche – disse ironicamente, senza far caso allo sguardo implorante che Paulo gli lanciava da sopra gli occhiali.

Anche se era la terza volta che vedeva Paulo, Vaz condivideva le preoccupazioni di Ramos: il compagno difficilmente avrebbe portato a termine i suoi incarichi. Osservando gli occhi timidi di Paulo, il modo in cui egli arrossiva quando gli venivano assegnati gli incarichi, concludeva che lo stesso compagno fosse conscio della propria mancanza di qualità. Ciò era talmente evidente che lui stesso si setì coinvolto nell’imbarazzo di Paulo.

  • Ti aiuterò io, per quanto possibile – gli disse per consolarlo.

 

6

La mattina presto, prima di ricominciare la riunione, Vaz andò fin sulla porta della cucina e si soffermò a osservare la sua compagna. Rosa era andata a riattizzare all’aria aperta il focolare di carbone, e mentre il vento attizzava le braci si era accomodata sul gradino della porta. Con un gesto molto suo aveva appoggiato il gomito sul ginocchio e il mento sul pugno ed era rimasta immobile, guardando distrattamente la curva più lontana della strada. Erano tre anni che vivevano insieme, si consideravano soddisfatti l’uno dell’altra, si stimavano e si rispettavano. Tuttavia Vaz sentiva che qualcosa del modo di essere e della vita di Rosa gli sfuggiva ancora. Quando avevano deciso di unire le loro vite, Rosa aveva detto con voce dolce e con l’espressione triste del suo volto magro:

  • Senti José (a quell’epoca Vaz non era ancora né Vaz né Francisco), senti José, mi piaci come non mi è mai piaciuto nessuno e sono certa che sarai soddisfatto con me. Però dobbiamo metterci d’accordo su una cosa: non parleremo del passato, né del mio né del tuo. Non ho nulla di cui dovermi vergognare, ma sappi che sono già stata di qualcuno e preferisco non parlare mai più di questo.

Erano tre anni che vivevano insieme e l’accordo era stato sempre rispettato. Rosa era sollecita come donna e come compagna. Vaz si sentiva sempre più legato a lei e dentro di sé pensava a quanto fosse felice di aver incontrato una donna del genere. Ma, malgrado la fiducia e la comprenione reciproca, la tenerezza, il rispetto, una presenza estranea si manifestava a ogni passo nelle distrazioni di Rosa, nella sua tristezza, nel suo modo di guardare e accarezzare. Quella presenza attirava costantemente l’attenzione di Vaz che, malgrado le sue intenzioni, si ritrovava a osservarla cercando d’indovinarne il pensiero.

Per molto tempo Vaz credette di aver individuato il segreto del modo di essere di Elisa (all’epoca nemmeno Rosa era ancora Rosa) nel ricordo del suo primo uomo. Vaz aveva conosciuto Rosa nel Partito, compagna ferma che aveva dato molte prove di sé, ma non aveva mai sentito dire nulla circa la sua vita privata passata. Ignorava completamente chi fosse o chi fossero gli uomini che avevano attraversato la vita di Rosa. Il ricordo di un grande amore passato, tale era parsa a Vaz per un certo periodo quell’imponderabile presenza nello spirito di Rosa. Un giorno decise di dirglielo.

Rosa rimase in silenzio per qualche momento, con gli occhi tristi e indefiniti aggrappati a ricordi molto lontani, corrugando il volto secco in uno sforzo di attenzione. Poi parve tornare da molto lontano. Guardò la fronte di Vaz, fissò i suoi occhi, poi tornò a guardare la fronte e il suo volto triste fu animato da un sorriso onesto. Accostando il viso a quello di lui, lo serrò a lungo in un abbraccio calmo e amico, dicendo soltanto:

  • Sciocco, sciocco…

Da quel momento Vaz si era convinto che Rosa lo amasse come non aveva mai amato nessuno.

Poi passò a concentrarsi di più sull’interesse di Rosa per i bambini, sulla sua maniera schiva e quasi timorosa di accarezzarli, sulla frequenza con cui parlando con qualcuno muoveva improvvisamente il capo come scacciando un pensiero inopportuno. Concluse che quella presenza invisibile fosse la tristezza di non avere un figlio. Quando giunse a questa conclusione, la tenne per sé. Nelle attuali condizioni della vita di Partito, per ragioni di sicurezza, per la mancanza di denaro e soprattutto per l’incertezza del futuro, considerava suo dovere evitare di avere figli. Non aveva mai parlato di questo con Rosa e incoraggiava la sua amicizia con i figli dei vicini. Ma il problema non era risolto. In ogni momento lo ricordava l’espressione triste della compagna, il suo sguardo assente, le distrazioni, la maniera quasi materna di trattarlo. Ora, sulla soglia della porta, contemplandola con il mento appoggiato al pugno e lo sguardo fisso sulla curva della strada, col bracere al fianco che crepitava battuto dal vento, Vaz pensava che mancasse ancora qualcosa perché la vita di Rosa fosse completamente legata alla sua.

E in verità il pensiero di Rosa era in quel momento molto lontano, ben inoltrato nella lontananza degli anni. Allora sua madre era ancora viva. Rosa non aveva trovato lavoro in fabbrica ed era rimasta a casa. Era da molto che le due stavano in silenzio a cucire i loro drappi, l’una ai piedi dell’altra. Improvvisamente Rosa alzò gli occhi, guardò verso la madre e si lasciò andare a una risata. C’era in quel riso qualcosa di tanto fasullo e insolito che la madre, senza sapere il perché, si era sentita profondamente inquieta. E alzando a sua volta lo sguardo dalla cucitura incrociò gli occhi ardenti della figlia, occhi umidi e disperati che rilucevano di febbre sul volto che avvampava.

  • Cos’hai, figlia? – e il lavoro cominciò a tremarle tra le mani.

La risposta giunse immediata e definitiva:

  • Mi ammazzo!

Battuto dal vento, il carbone crepitò tra le fiamme, vomitando una scarica di scintille incandescenti. Rosa scosse il capo e tolse la mano dal mento.

  • Eri qui? – domandò vedendo Vaz accostato all’uscio. Alzandosi gli si avvicinò e posò sul suo volto un bacio dolce e casto.

Vaz la guardò attentamente e andò a raggiungere i compagni.

 

7

Già a notte inoltrata, dopo aver discusso delle lotte in corso, individuarono la necessità di stampare un manifesto. Si trattava di presentare i successi conseguiti in alcune fabbriche, gli aumenti salariali ottenuti dall’azione delle commissioni elette dagli operai e da essi appoggiate e di riuscire a far conoscere queste esperienze in fabbriche in cui non si avevano contatti. La riunione venne sospesa mentre Ramos, chinando sul tavolo il volto energico, si disponeva a redigere il manifesto.

Anche se Rosa non faceva parte dell’organismo, assisteva a quella parte della riunione perché, per decisione superiore, le compagne delle case dovevano assistere alle riunioni in esse effettuate ed essere presenti nei momenti in cui si trattavano temi d’interesse generale. Sospesa la riunione, Antonio le passò un foglio di carta. Rosa gli rivolse il sorriso triste e attento che riservava ai bambini e lo guardò: un disegno rozzo e goffo di una donna forzuta che impugnava una grossa pala; ai suoi piedi, poliziotti e borghesi panciuti, o moribondi o afflitti. In basso, in lettere attentamente tracciate: «La nuova panettiera di Aljubarrota». La simpatia del disegno consisteva nel fatto che quella donna forzuta e atletica dovesse rappresentare Rosa, malgrado lei fosse magra ed esile, e questo si desumeva (e si desumeva chiaramente) perché «la nuova panettiera di Aljubarrota» aveva un dito teso e avvolto in un pezzo di tessuto come Rosa, che si era tagliata giorni prima affettando la cipolla.

  • Non puoi negare che ti somigli – disse Antonio con gli occhi neri che brillavano di malizia.

Un sorriso infantile che stonava con i capelli grigi animò il volto di Paulo.

  • Non è male – disse Paulo per poi immediatamente tacere, essendosi reso conto che per non scoraggiare l’artista era stato poco carino con la compagna.
  • Fammi vedere, fammi vedere – disse Ramos sospendendo la redazione del manifesto e mettendosi a guardare ora il disegno, ora Rosa come chi confronta un ritratto con l’originale – Sì, il dito è somigliante.

Vaz era andato a sdraiarsi a letto e dormiva profondamente. Vedendone il volto pallido e lo scuotersi del petto, Rosa ricordò come giorni prima, a notte fonda, era giunto a casa stanco morto, con le labbra bianche e gli occhi annebbiati e come dopo essersi lavato il petto, il volto e i piedi e aver mangiato due piatti di zuppa riscaldata, era andato ancora nella stanza da lavoro a fare quello che sempre faceva arrivando a casa, a qualunque ora: mettere in ordine le sue carte sul tavolo, segnare le spese sostenute fuori casa, leggere i comunicati di guerra e spostare le bandierine sulla mappa del fronte russo. Era quell’energia sovraumana che Rosa più ammirava nel suo compagno. Vedendolo ora addormentato e prostrato, mentre i compagni ridevano e scherzavano, le battute e le risa le suonavano come un’ingiusta critica a Vaz, che lo accusava di debolezza e pigrizia. Per questo, leggermente seccata, si alzò e coprì con un sacco le gambe del suo compagno.

Quando Ramos finì il lavoro svegliarono Vaz, lessero il manifesto e vi apportarono, su proposta dell’uno o dell’altro, varie modifiche.

Ramos consegnò il manoscritto a Rosa:

  • Ora hai qualcosa per passare il tempo domani. – le disse – Devi preparare lo stencil. Antonio poi farà il resto.

Quando vennero a temi cospiratori, dissero a Rosa di andare a dormire. Qualche minuto dopo sentirono il picchiettio della macchina.

  • Non perde tempo l’amica – disse Paulo.

Per mezz’ora s’udì la macchina picchiettare. Poi il resto della casa rimase in silenzio. I quattro uomini lavorarono fino a notte inoltrata. Parlavano a voce bassa e solo a tratti, quando la discussione si animava, saliva il tono delle voci che uscivano dalla stanza.

  • No, compagno, -disse Ramos alzando la voce all’indirizzo di Paulo, che lo guardava col suo aspetto umile da sopra gli occhiali – non è così che si deve parlare delle difficoltà. Quando sorge un ostacolo, il nostro primo dovere è tentare d’individuare la maniera per vincerlo. Il resto sono chiacchiere.
  • Parla più piano – disse Antonio – Sveglierai l’amica.

Ramos abbassò la voce, che sommessa e contenuta sembrava ancora più esaltata. «In tutto quello che Paulo dice e fa», pensava Ramos, «in tutto si riflette la sua mollezza. È molle, molle come una pappamolla. Non andrà lontano».

All’alba, quando ancora era scuro, diedero per concluso il lavoro. Paulo e Ramos raccolsero le loro cose, si sistemarono e si prepararono a uscire. Quando attraversarono il corridoio, videro la luce accesa in cucina.

Rosa aveva lavorato tutta la notte. Il volto stanco e sereno sembrava ancora più affilato. Distendendo esageratamente il dito fasciato per non sporcarselo, passava il rullo annerito d’inchiostro sulla rete del ciclostile e, alzandola, traeva le copie che accumulava di fianco.

  • Ti vanno bene mille? – domandò a Ramos.

La voce era secca, sgradevole, quasi aggressiva.

 

 

8

Vaz aveva notato da parecchio tempo la scarsa pazienza e la maldisposizione d’animo di Rosa nei confonti di Ramos. Lei che con tutti i compagni era premurosa e amabile, seppur poco prodiga di confidenze, si dimostrava estremamente riservata quando parlava con Ramos. Nell’aria espressiva e allegra di Ramos, o nella sua semplice presenza, c’era qualcosa che la indisponeva e la irritava. Un giorno Vaz aveva toccato la questione, domandandole se aveva qualcosa contro il compagno. Rosa era rimasta per qualche istante pensierosa.

  • No, nulla – aveva infine risposto – Lo conosco da molti anni e so che è un bravo compagno, degno di considerazione.

E la conversazione era finita lì.

Ed effettivamente chi avrebbe potuto disconoscere le qualità di Ramos? Alcuni episodi della sua vita correvano di bocca in bocca tra i membri del Partito. Si sapeva che aveva combattuto nella guerra di Spagna ed era stato tra i primi a entrare nel Cuartel de la Montaña, quando si erano sollevati i fascisti di Madrid. Si sapeva che era stato catturato varie volte, che una di quelle volte era riuscito a fuggire e che in ciascuna occasione era stato picchiato e torturato. Si raccontava di risposte che aveva dato alla polizia, alcune delle quali gli erano valse violenti pestaggi. Così per esempio, prigioniero in una cella d’isolamento, un buco sotterraneo, umido, senza ventilazione né luce, lo trovarono completamente nudo. «Cosa sta facendo nudo qui dentro?», gli aveva domandato la guardia. «Che domanda! – aveva risposto Ramos – Non vede che prendo il sole?». Si raccontavano molte storie simili, ma tutte mostravano un uomo energico, coraggioso, dinamico, d’inalterabile allegria e senso dell’umorismo anche nei momenti più difficili. Però i compagni che più da vicino avevano convissuto con lui, spesso notavano la faciltà con cui s’irritava e come la buona disposizione nascondeva in realtà un invincibile malumore. In quei momenti le sue battute erano violente e perfino crudeli e ferivano gli altri ingiustamente.

Rosa aveva detto che non aveva nulla contro Ramos. Era tuttavia evidente la differenza tra il modo in cui lo trattava e quello in cui trattava gli altri compagni. Antonio era ospite in casa da appena due settimane, eppure Rosa gli dedicava attenzioni e gesti d’affetto che mai Vaz le aveva visto manifestare con Ramos. Così, senza che si sapesse quando aveva avuto inizio quest’abitudine, ogni volta che usciva di casa Antonio si accomiatava da Rosa baciandola sulle guance, e Rosa gli restituiva il bacio. Se si tattava di Ramos, bastava che lui le mettesse la mano sulla spalla, gesto che faceva continuamente con chiunque, perché Rosa rifuggisse malamente, contaendo il volto seccato.

Vaz era tornato sull’argomento:

  • Perché parli sempre a Ramos con due pietre in mano?

Rosa socchiuse gli occhi, pensosa. A volte sembrava fuggisse lontano, verso quel passato che Vaz ignorava.

  • Non mi piace il modo in cui guarda le donne – disse infine.

 

 

 

9

Seduta sullo scalino della cucina, appoggiando come sempre il gomito sul ginocchio e il mento sul pugno, Rosa osservava l’ultima curva della strada.

Si ricordava come fosse oggi. Lei aveva compiuto sedici anni e lui ne aveva già più di trenta. L’aveva chiamata col pretesto del lavoro e le aveva messo la mano sulla spalla con fare paterno, una mano pesante dalle unghie pulite che si modellava sulle linee del suo corpo. Gli occhi allegri brillavano sul volto dai tratti fini e non puntavano quelli di lei, bensì ne cercavano la bocca e le orecchie arrossate per l’imbarazzo.

  • Fai male a non volere – disse lui.

Vedendo un’ombra di tristezza attraversargli gli occhi in genere così allegri, ricevendo attraverso quella mano una sensazione insinuante d’intimità, Rosa sentì che davvero faceva male a non volere. Che stupida era allora!

Un rumore improvviso e inaspettato distolse l’attenzione di Rosa dall’ultima curva della strada e dal passato distante. A qualche metro, guardandola attentamente, c’era una cagna. Di un bianco sporco, piccola e scheletrica, attirava immediatamente l’attenzione per i suoi occhi da coniglio arrossati e i capezzoli enormi, sporgenti e sproporzionati in relazione al corpo.

Vaz, che era seduto al tavolo della cucina e leggeva il giornale, si alzò è uscì a vedere di che si trattava.

  • Sciò, via di lì! – e simulò il gesto di lanciarle qualcosa.

La cagnetta fece qualche passo, ma non parve impressionata dalla minaccia. Continuò a guardarli con curiosità.

  • Hai fame, briccona? – domandò Rosa con la sua voce dolce e triste – Magari oggi non hai mangiato, eh?

Il muso della cagnetta si animò immediatamente sentendo il tono amabile di quella voce, le orecchie abbassate si drizzarono di colpo e i suoi occhi splendettero d’allegria e intelligenza.

  • Sembra che capisca – sorrise Rosa.

Vaz tornò dentro. La cagnettà si sdraiò a qualche metro dalla porta, col muso tra le zampe anteriori, crogiolandosi al sole e guardando dal basso verso l’alto, senza perdere di vista nemmeno un momento la donna seduta sul gradino della cucina. Rosa l’aveva già vista più di una volta nei pressi della casa della bimba Ermelinda, ma non sapeva a chi appartenesse.

  • Senti tu! – la interrogò – Di chi sei?

La cagnetta levò il capo, le orecchie tornarono a raddrizzarsi, un lampo di allegria passò un’altra volta attraverso i suoi occhi e si mise a colpire ritmicamente il suolo con la coda di un bianco giallognolo e sporco.

  • È brutta, però è simpatica – commentò Vaz, che era tornato alla porta.

Trascorso un po’ di tempo, quando uscirono per andare a comprare le patate in una fattoria vicina, le dissero:

  • Se vuoi, vieni con noi.

La cagnetta si mise in piedi con un salto e li seguì, quasi trascinando per terra i suoi capezzoli deformi. Al rientro a casa le diedero un pezzo di pane e da allora divennero amici.

 

 

 

10

 

Era la seconda volta dalla riunione che la bimba Ermelinda bussava alla loro porta. La prima, con il pretesto di portare novità a proposito della lite provocata da Ernesto, era venuta ad assicurarsi che la versione che circolava tra la gente fosse corretta. Ora faceva la sua comparsa pochi minuti dopo l’uscita di Vaz, come se avesse voluto sorprendere Rosa da sola.

  • Vengo a portarle questo ramoscello di prezzemolo. – si giustificò – Le serve?
  • Pensi, – continuò subito con la sua voce metallica e simpatica – oggi sono stata in paese e volevo comprare un pezzo di lardo. Quello era più sale che lardo. «Insomma» ho detto io, «già il lardo è carissima e lei ci lascia pure tutto questo sale». Vuole sapere cosa mi ha risposto? «Le sembra cara? Allora lasci il lardo, rimetta il denaro nel borsellino e veda il grasso che le lascia».

La bimba Ermelinda volle assumere un’aria indignata, ma il divertimento era più forte dell’indignazione e non riuscì a contenere una risata.

«Cosa vorrà?», si domandò Rosa, «certo non è venuta qui per portarmi un ramo di prezzemolo, né tantomeno per raccontarmi questa storia».

  • È tutto carissimo – disse Rosa – e per giunta adulterano la merce quanto più possibile.
  • Insomma… – disse la bimba Ermelinda – Io mi sorprendo perfino di come lei riesca a mandare avanti la casa senza il razionamento. – e fissò di sbieco la vicina con i suoi occhi penetranti che brillavano sul volto scuro – Ah, è vero – rettificò poi – voi ricevete le razioni a Lisbona.

Dal modo in cui lo diceva era evidente che non ci credesse.

«Dove vuole andare a parare?», pensava Rosa, «C’è qualcosa sotto».

  • Già, già. – disse Rosa – Il nostro droghiere di Lisbona trova sempre le cose in fretta e bene e mio marito e mio fratello trovano lì anche alcune altre cosette.

Lo aveva detto con tanta convinzione che lei stessa se ne stupì. La bimba Ermelinda parve condividere la sua sorpresa, poiché restò a fissarla per qualche istante in silenzio. Poi gli occhi le sorrisero, ciò che mostrava come la risposta di Rosa invece di disorientarla le avesse aperto una nuova strada.

  • Lei è fortunata. Ha suo marito che va sempre in città e suo fratello che lui pure viene ogni volta che può, sia di giorno, sia di notte…

Quelle parole, «sia di giorno, sia di notte», furono dette in modo calcolato. Rosa pensò: «Ecco il punto». E capì che, nel suo tentativo di strapparle informazioni, la bimba Ermelinda aveva degli assi nella manica.

  • Si, – disse Rosa, la voce sempre dolce e triste – devo molto a mio fratello.

Cercava di trovare alla svelta una spiegazione per le visite notturne di Ramos che, ora se ne rendeva conto, erano già state notate, ma non ne trovava nessuna accettabile e optò quindi per mostrarsi tranquilla senza rispondere direttamente. Gli occhi penetranti della bimba Ermelinda la scrutavano insolenti e sembravano chiedere: «E allora che fai, non ti spieghi?»

  • Lei mi ha raccontato poco fa cosa le è successo quando è andata a comprare il lardo. Vuole sapere come fa mio fratello a comprare la carne? Entra in macelleria e dice, per esempio: «Mi dia mezzo chilo di carne da quattordici scudi e quaranta». E quando il macellaio si prepara a tagliare, mio fratello lo interrompe e torna a ripetere: «Ho detto da quattordici scudi e quaranta». La maggior parte delle volte il macellaio lascia il pezzo che stava per affettare e va a prenderne uno migliore. Non creda che mio fratello s’intenda di carne. No, non ne sa nulla. Però, siccome dà a intendere che ne sa, hanno paura a cercare di fregarlo e gli vendono sempre la migliore.

In genere questa storiella avrebbe divertito la bimba Ermelinda. Invece questa volta parve darle fastidio. «Non era questo che volevi», pensò Rosa, «ma dovrai accontentarti». Ad ogni modo la bimba Ermelinda non si dette per vinta e riprese la conversazione da un punto precedente, cercando il filo perduto.

  • Eh, lei è fortunata. A noi campagnoli, che non abbiamo amici in città, negano le merci, ci derubano sul peso e sulla qualità e c’imbrogliano persino col prezzo sul cartellino. Ma lei ha suo marito, suo fratello, gli amici di suo marito e di suo fratello e certo, così è tutta un’altra cosa.

«Gli amici di suo marito e di suo fratello», aveva detto la bimba Ermelinda. Già non si trattava più solo di Ramos. La bimba Ermelinda sapeva o sospettava qualcosa di più. Che avesse notato, per qualche trascuratezza, la presenza di Antonio in casa o le sue entrate e uscite, che pure erano rarissime, o che Paulo era uscito con Ramos dopo la riunione? Forse quelle inquietanti parole: «Gli amici di suo marito e di suo fratello», riflettevano un sospetto diretto riguardo le attività politiche di Vaz e Ramos? Ora era lei, Rosa, che aveva imperativamente bisogno di strappare informazioni alla bimba Ermelinda, perché si trattava della sicurezza della casa.

  • Io avrei fortuna? – disse, sviando il corso della conversazione – L’avrei se mio marito e mio fratello fossero sempre con me. Però, come lei sa, mio fratello viene qui solo di tanto in tanto e mio marito deve occuparsi dei suoi affari e passa molto tempo fuori casa. Così sono quasi sempre sola. È una ben misera fortuna, la mia.

La bimba Ermelinda rimase pensosa. «No», pensò Rosa, «non sospetta la presenza di Antonio in casa». E così pensando le venne una paura violenta e repentina che proprio in quel momento Antonio facesse qualche rumore da dentro o che gli scappasse un colpo di tosse. Malgrado la sua calma, sentì il cuore batterle all’impazzata ed ebbe paura che l’altra lo notasse.

Poi aguzzò il proprio udito e notò, senza ombra di dubbio, che la bimba Ermelinda non aguzzava il suo. «No, questo non lo sospetta», pensò.

La bimba Ermelinda ruppe in un’improvvisa risata e domandò:

  • La cagnetta è stata qui, no?

Per l’inquietudine di Rosa, quella domanda sembrava dire: «Quando ho cercato di strapparti delle informazioni, non ci sei cascata. Ora sei tu che ne vuoi strappare a me, ma nemmeno io ci casco».

  • Si, è stata qui – disse
  • Sa cosa dicono le Pim-Pa-Pum? – e gli occhi della bimba Ermelinda brillarono d’ironia e malizia – Dicono che non fanno figli per mandarli a servire in casa d’altri – e proruppe in una nova risata.

Rosa con comprese del tutto il significato della frase, ma capì che la cagna doveva appartenere alle Pim-Pa-Pum e che queste erano infastidite dal fatto che la bestiola frequentasse la sua porta.

  • Quell’animale muore di fame – non si poté impedire di dire.
  • A quelle non interessa niente della cagna! – sbottò la bimba Ermalinda sempre più agitata – Sarebbe morta già da un pezzo se mangiasse solo quello che le danno loro. Quando vagabondava di porta in porta nemmeno si ricordavano che esistesse, la cagna, perché nessuno la voleva. Adesso, siccome sembra loro che la cagna possa aver trovato nuovi padroni, non vogliono perdere la proprietà di un bene tanto prezioso. Sono fatte così; – e la bimba Ermelinda serrò il pugno per indicare la meschinità delle donne più ricche del paese – e lei deve scusarmi, ma ai poveri non danno nemmeno l’immondizia. Mangiano solo lardo, e con questo ho detto tutto.

Queste parole tranquillizzarono un po’ di più Rosa. Dimostravano che a dispetto di qualunque sospetto o curiosità, la bimba Ermelinda continuava ad avere in simpatia i vicini e a stare dalla loro parte nelle beghe di paese. Ma Rosa ancora non sapeva cosa fosse stato notato come sospetto nella vita della casa.

  • – disse la bimba Ermelinda alzandosi in piedi – Devo andare a occuparmi del mio coniglio domestico (era così che ella si riferiva al marito parlando con gli estranei).

Quando uscì, Rosa andò immediatamente a raccontare la conversazione ad Antonio. Egli convenne che la bimba Ermelinda, o qualcuno con cui questa parlava, nutrivsse dubbi circa la vita che si conduceva in casa e che fossero sicuramente state notate delle stranezze, forse entrate e uscite notturne.

Il droghiere, che era cugino delle Pim-Pa-Pum e aveva sentito parlare della storia della lite di Ernesto, venne quella notte a cercare Amelia per interrogarla a proposito dei vicini. Se c’era una cosa che infastidiva Amelia, era parlare della vita degli altri. Disse al droghiere che non sapeva nulla del signor Francisco né della signora Rosa e la cosa finì lì. Solo a una domanda del droghiere corrugò la fronte e borbottò:

  • Ispettori? No.

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