A DOMANI COMPAGNI di Manuel Tiago (Pseud. Álvaro Cunhal) – CAPITOLO I

Até Amanhã Camaradas è un romanzo che racconta della lotta clandestina di un’organizzazione territoriale del Partito Comunista Portoghese contro il fascismo. Sono gli anni ’40 e il Partito, colpito duramente dalla repressione, è in piena riorganizzazione. Il romanzo fu scritto in carcere dall’immenso dirigente comunista portoghese Álvaro Cunhal sul finire degli anni ’50 e pubblicato anni dopo con lo pseudonimo di Manuel Tiago. Avrei voluto pubblicarlo con Edizioni Nemesis, ma per ragioni economiche e pratiche, malgrado i diritti fossero stati già acquistati dalla casa editrice del PCP, il progetto non ha mai visto la luce. Pubblico qui la mia traduzione del primo capitolo del romanzo, rimasta fino ad ora a invecchiare in un riposto recesso del mio computer, raccomandandone soprattutto ai compagni la lettura.

* * *

Traduzione di Alessio Arena dal portoghese

soeiro
Un giovane Alvaro Cunhal ritratto negli anni della lotta clandestina

1

Improvvise folate di vento spiravano da sud. Con trambusto una piastra di zinco, venuta non si sa da dove, volò da un lato della strada, piroettò quattro volte in modo grottesco e andò a fermarsi, silenziosa e miserabile, nella cunetta dall’altro lato. Poi una forte pioggia spazzò la strada. Gli uomini, già bagnati per via della pioggerella che cadeva sin dall’alba, cercarono riparo accanto agli snelli tronchi dei pini. Soltanto due ragazzini vollero restare a spaccare pietre, ridendo degli uomini che fuggivano dalla pioggia. Rattrappiti e incollati agli alberi, gli uomini gridarono loro di ripararsi. Vedendosi osservati, i ragazzini risero ancora di più e uno di loro, sempre spaccando pietre, prese a tendere il collo, strabuzzando gli occhi e leccando l’acqua che gli scorreva lungo il volto. L’altro, con un lampo negli occhi, guardava il compagno, guardava gli uomini e sembrava dire: “Siamo divertenti, o no?”

  • Guardate quei diavoli – disse un vecchio, mentre si avvolgeva in una giacchetta tanto piccola che si sarebbe detta da bambino.

L’uomo cui si rivolgeva si strinse nelle spalle.

  • Un’altra giornata persa – disse con voce flebile e stanca.

Come per dargli ragione, il vento spirò più forte, l’aria s’incupì, il cielo si fece vicino alla terra, i rivoli d’acqua continuarono a ingrossarsi. Uno a uno, gli uomini lasciarono allora i precari rifugi. Alcuni forzando il passo, altri al piccolo trotto, altri ancora con il loro passo naturale, come se ritenessero indegno affrettarsi per così poca cosa, si diressero verso una casa isolata che, a un ceninaio di metri, pareva chinarsi sotto la pioggia. C’era lì una taverna e, se non tutti avevano voglia di bere, quantomeno avrebbero avuto un tetto sulla testa. Vedendo i compagni allontanarsi, i due ragazzi gettarono le mazze al suolo. Quello dal collo lungo partì come una freccia, fendendo coi piedi nudi le pozze d’acqua e agitando le braccia in gesti larghi e sgraziati, cosa che forse significava che era un gran nuotatore. L’altro lo seguì, scosso dalle risate. Arrivarono alla taverna per primi, ma quello spiritoso, incapace di aspettare lì, tornò sotto la pioggia, chiamando gli uomini con le braccia e rivendicando così l’iniziativa e la scoperta di un riparo tanto magnifico.

Si riunirono nel piccolo e scuro locale. Accalcati alla porta guardavano fuori, dando a intendere al taverniere che si sarebbero fermati solo un istante per ripararsi dalla pioggia. Le occasioni di fare affari erano però rare e il taverniere, frettoloso, si mise a lavare i bicchieri già lavati, guardando gli uomini come a scusarsi perché tardava a servirli. Forse perché si vergognavano d’ignorare un invito tanto esplicito, o perché pareva loro di non poter restare tutti lì senza spendere nemmeno un soldo, o ancora per la forza della tentazione, tre uomini, con aria solenne, si disposero a bere. Gli altri allora si accomodarono, alcuni sedendosi intorno al tavolo, altri fuggendo dal vano della porta, dove già batteva la pioggia portata dal vento.

  • Un’altra giornata persa – ripetè l’ometto malaticcio.
  • Ci mancava, ci mancava – ripetè il vecchio, che ancora non era riuscito, né mai sarebbe riuscito ad aggiustarsi sulle spalle la minuscola giacchetta.

Tutti quegli uomini erano più contadini che operai; alcuni avevano anche il loro pezzetto di terra e, dal momento che l’estate era stata lunga, si sentivano tentati di perdonare l’acquazzone e il pomeriggio di lavoro perso. Silenziosi, zuppi, osservavano nel rettangolo illuminato della porta la cortina d’acqua che quasi vietava alla vista l’altro lato della strada. Concentravano l’udito sul rumore sordo e dilatato che si perdeva nella profondità del pineto rivelando la forza dell’acquazzone. Persino i ragazzini restavano in silenzio, e lo spiritoso, con un’aria triste che qualche minuto prima si sarebbe detta impossibile per quel volto, si sforzava di contenere il tremore delle sue membra arrossate.

In un momento in cui la pioggia cadeva più forte, un’ombra passò rapida davanti alla porta e, prima che qualcuno andasse a vedere di cosa si trattasse, l’ombra ricomparve ed entrò un uomo. Era incurvato in avanti, scuotendo le braccia e la testa per far colar via l’acqua dalle maniche della giacca e dal berretto. Quando ritenne conclusa l’operazione si volse e, dando il buongiorno, mostrò un volto ampio, spigoloso, dalla carnagione bianca e dall’espressione severa, sul quale gli occhi spiccavano per la loro sicurezza.

Uno dei due ragazzini, riparandosi infilando i pantaloni nelle calze, si avvicinò alla porta, guardò all’esterno, disse qualcosa a uno degli uomini e quest’ultimo si diresse verso lo sconosciuto.

  • Metta la bicicletta qui dentro. C’è molto spazio.

Lo sconosciuto sembrò non sentirlo. Si asciugava il viso e il collo con un fazzoletto.

  • Qualcuno dei signori potrebbe indicarmi il cammino per la Valle della Giumenta? – domandò.

Gli uomini si guardarono tra loro. Alcuni mostrarono un sorriso non dissimulato.

  • Per dove? – chiese una voce proveniente da un angolo.
  • Valle della Giumenta.

Si fece un breve silenzio e gli uomini tornarono a guardarsi.

  • No, non è da queste parti – disse un’altra voce dal lato della tavola.
  • Come ha detto?
  • Valle della Giumenta.

Sicuramente si sbagliava, lo informò il vecchio con la giacchetta. Era nato lì e lì aveva sempre vissuto. Non ne aveva mai sentito parlare. Di certo si sbagliava. Il vecchio parlava e qualcuno sorrideva.

  • Non è questa la strada per V…? – chiese lo sconosciuto.
  • Si, lo è – rispose uno degli uomini – V… è lì avanti. Se non piovesse tanto, si vedrebbero le case da qui.

Lo sconosciuto si diresse alla porta, guardò verso la strada, si tolse il berretto, lo strizzò e tornò dentro, colpendosi violentemente con esso una mano e mostrando la capigliatura incollata al capo.

  • Dunque nessuno dei signori sa nulla?
  • La strada per dove? – chiese dal fondo l’oste, che aveva sentito tutto molto bene, ma capiva di dover attirare l’attenzione dello sconosciuto verso la sua posizione.
  • Valle della Giumenta – disse uno dei ragazzini.

L’oste tese il labbro inferiore, gesto col quale poteva mostrare tanto di non conoscere il luogo in questione quanto il disappunto perché il forestiero non si decideva a ordinare qualcosa.

  • Grazie! – disse lo sconosciuto. E calzando il berretto, alzò il colletto della giacca, si diresse alla porta, guardò il cielo e s’inoltrò di nuovo sotto la pioggia.

 

2

Più avanti incontrò le prime case, raccolte lungo la strada inondata. Grondando acqua, il paese sembrava deserto. Solo nel cuore dell’abitato scoprì, riparato sotto una tettoia, un uomo grasso in maniche di camicia, coi pollici infilati sotto l’orlo del gilet. Alla sua domanda, l’uomo assentì leggermente col capo, invitandolo a ripararsi a sua volta. Sempre nella stessa posizione e nello stesso luogo, osservava attentamente il forestiero, fissando l’attenzione sul suo abito modesto imbevuto dalla pioggia, sul volto ben rasato e sulla valigetta di cuoio che pendeva dalla bicicletta, ora inclinata contro un palo.

  • Va lì a vendere qualcosa? – domandò a sua volta.
  • No, non vado per vendere – disse lo sconosciuto, asciugandosi nuovamente col fazzoletto il viso e il collo.

L’altrò restò in silenzio per qualche istante. Sembrava dubbioso. Osservò con molto interesse il fazzoletto con cui il ciclista si asciugava e tornò a guardare in direzione della valigetta di cuoio, l’abito zuppo, la strada inondata e la pioggia che cadeva.

  • Lei non è di queste parti.
  • No, non lo sono.

E colpendo vigorosamente il suolo con i piedi per non raffreddarsi, aggiunse:

  • Chi avrebbe detto ieri che oggi sarebbe stata una giornata del genere!
  • Non era difficile – disse il grasso – Ieri ha piovuto tutto il pomeriggio e la pioggia non ha smesso per tutta la notte.

Il ciclista capì perfettamente queste parole. Significavano: “Se non vuoi dirlo, non mi dire cosa ti obbliga ad affrontare il temporale. Però non credere di potermi prendere per scemo”. Interpretandole così, pensò di aver fatto male a ripararsi lì.

  • Tanta pioggia è capace di rovinare i raccolti.
  • Non rovinerà nulla – replicò il grasso con voce irritata – Male sarebbe se non piovesse. Si vede che lei non lavora nei campi. Forse è un commesso viaggiatore.
  • No, non sono un commesso viaggiatore – precisò il forestiero – Sto raffreddandomi perché resto fermo – aggiunse strofinandosi le mani e battendo i piedi.
  • Andarsene in giro sotto la pioggia non fa bene alla salute. Disse il grasso.

Il ciclista capì perfettamente anche queste parole: “Quello che vuoi è andartene per evitare di conversare, ma io ti capisco molto bene.”

  • E la strada per la Valle della Giumenta? Comincia da qui, da questo posto?

Il grasso, sempre con le dita sotto i bordi del gilet, non si muoveva dal suo posto. Il suo volto pareva inalterabile. Però nei suoi occhietti arrossati s’indovinava la profonda irritazione della curiosità insoddisfatta.

  • E io che ne so di dov’è questo posto? – esclamò, come se la domanda fosse un’assurdità.

Senza smettere un momento di battere i piedi, il forestierò sospese lo sfregamento delle mani e girò improvvisamente la testa verso l’altro. Istintivamente il grasso fece un passo indietro, come aspettandosi di essere aggredito. Ma già il forestiero, con gesti lenti, si aggiustava i calzini fuori dal bordo dei pantaloni fradici, si calzava il berretto sul capo, si alzava il colletto della giacca, prendeva la bicicleta e usciva in strada.

  • Allora buona giornata.
  • Vada con Dio! – rispose da sotto la tettoia la voce collerica del grasso.

Il vento si era fatto più dolce, pioveva di meno, però sulla strada inondata e piena di buche la bicicletta avanzava a fatica. Il ciclista si ricordava che gli avevano detto: “Scendi alla stazione, domanda e ti diranno subito”. Non gli era convenuto venire in treno, ma avrebbe dovuto dirigersi comunque alla stazione. Pensando che l’avrebbe vista dalla strada, decise di non chiedere niente a nessuno fino a che non vi fosse giunto.

 

3

Davanti a un lago fangoso e umido, la stazione, come il resto dell’abitato, pareva deserta. Nessuno nel patio, nessuno al banco dei bagagli, nessuno alla biglietteria, nessuno sulla banchina. Non il suono di una voce, né di alcun lavoro. Solamente il ticchettio della pioggia e il frinito di un grillo invisibile. Giunto al fondo della banchina, il forestiero, voltandosi indietro, improvvisamente scorse un impiegato con pantaloni da lavoro e giaccone di lana grezza, fermo vicino all’orologio a osservare distrattamente la linea.

Alla domanda rispose flemmaticamente:

  • Di là dovrebbe trovare Zé Cavallino, che glielo saprà dire. Lui è di quelle parti. – e guardando la pioggia, aggiunse – un personaggio incredibile quello Zé Cavallino.

Estrasse dalla borsa una confezione di tabacco, si servì e offrì.

  • Vuole fumare?

Il forestiero si pulì le mani e si rollò una sigaretta. Intanto il ferroviere, che già aveva rollato la sua e aveva passato la lingua lungo il margine della cartina, rovistava ora nella borsa in cerca dei fiammiferi.

  • Un gran personaggio quello Zé Cavallino – ripetè calmo, mentre tirava la prima boccata. Il forestiero ebbe la netta impressione che, prima di avere la sua informazione, avrebbe dovuto ascoltare l’altro per tutta la durata della sigaretta.
  • Quando venne a lavorare qui, nessuno lo conosceva – cominciò. – A forza di domandargli come si chiamasse, sapemmo che era Zé. Dopo qualche giorno un collega, che noi qui chiamiamo il Rosso, gli domandò: “Da dove viene, amico?”, “Dalla Valle della Giumenta”, rispose lui. Questo non ha nulla di straordinario, però i ragazzi lo trovarono divertente, e cosa doveva dirci?

Il ferroviere fece un altro tiro di sigaretta e continuò con voce calma, guardando distrattamente la pioggia, che si era nuovamente infittita, ed espirando il fumo mentre parlava.

  • Cominciammo a chiamarlo Zé della Giumenta. Ma non creda che gli desse fastidio. Nossignore. Non lo conosce? Una brava persona, però ha un modo un po’ comico di dire le cose. Un giorno ci disse: “Ascoltate ragazzi. Se sono della Giumenta, allora sono un cavallo, e visto che sono basso, allora sono un cavallino. Quindi tanto val che mi chiamiate Zé Cavallino.” Io non so imitarlo, e questa frase detta da me non aveva lo stesso effeto, ma se lei lo avesse sentito e visto, lo avrebbe trovato divertente.

Aspirando di tanto in tanto un tiro di sigaretta ed espellendo lente boccate di fumo, il ferroviere continuò:

  • La cosa fece presa, e da allora in avanti divenne Zé Cavallino. Tutti lo chiamavamo così, anche il capo, e lui non si mostrava per nulla seccato. “Un tipo simpatico”, dicevamo noi. “Quantomeno non si offende.” Finché una volta il postino non lasciò una lettera per lui. “Diamine – pensai io – pure per mandargli la posta scrivono Zé Cavallino. Non va bene prendersi confidenze fino a questo punto con un uomo. Non è un bambino. Ciascuno ha il suo nome.” Questo pensavo io, e mi pare che non mi sbagliassi. Quando in seguito lo incontrai, gli dissi così: “Senta, signor Zé. Ci ho pensato, e non mi pare corretto il modo in cui la prendiamo in giro. C’è un momento per tutto e a volte non è bene giocare. Qual è il suo cognome?”. “ Il mio cognome?”, disse lui. “Sì, il suo cognome”, dissi io. “Quale cognome?”, insistette lui. “Il suo cognome, il suo vero nome”, dissi io. “Il mio nome? – disse lui – Ma sono Zé Cavallino!”. “La smetta di scherzare, signor Zé. Glielo domando seriamente” dissi io. “Anche io le sto parlando seriamente. Mi chiamo José Cavallino, José dos Santos Cavallino.” Sul momento pensai che stesse scherzando. Invece no. Si chiama proprio così: José dos Santos Cavallino.

Aspirando una nuova boccata, il ferroviere, senza preoccuparsi dell’effetto delle sue parole, continuò guardando la pioggia che colava giù dalla grondaia.

  • Abbiamo passato un sacco di tempo a pensare di prenderlo in giro, quando era il briccone che prendeva in giro noi.

E accompagnò il forestiero alla porta.

  • Approfitti del fatto che ora piove meno. Vada avanti rasente il muro. Più avanti incontrerà la baracca. Lui è sicuramente lì e le dirà quello che vuole sapere.

 

4

La baracca era una baracca per davvero. Enorme, col pavimento in terra battuta e il tetto di tegole, manteneva all’interno tutta l’umidità e i disagi dell’esterno. Pareva persino che il vento soffiasse più forte, lì dentro. Però non pioveva. Un ferroviere conversava con l’oste e con un contadino. Era un uomo basso, magrolino, con baffi bianchi e il berretto disordinatamente calzato all’indietro. Con un bicchiere in mano, si preparava a bere. Vedendo lo sconosciuto, trattenne il gesto, abbassò il mento a toccare il collo, lo squadrò dall’alto in basso con occhi che brillavano sotto sopracciglia spesse e già grige, e ripeté varie volte le ultime parole che aveva detto:

  • Per le occasioni… per le occasioni… per le occasioni.

“Sarà lui Zé Cavallino”, pensò il forestiero. E disse a voce alta:

  • Qualcuno dei signori può indicarmi la strada per la Valle della Giumenta?

Il ferroviere appoggiò con gesto brusco il bicchiere sul bancone, si tirò più indietro il cappello, si diresse verso lo sconosciuto e, prendendolo rapidamente per il braccio, lo condusse fino alla porta.

  • Venga qui, amico mio. Scenda lì fino ai binari e li segua sempre, fino a incontrare delle case. Non può sbagliare, non ce ne sono altre. Quando arriva alle case, attraversi i binari e si vedrà di fronte una pineta. S’inoltri nella pineta, sempre dritto e vedrà il biglietto da visita della Corporazione (e il ferroviere strizzò l’occhio), però continui sempre dritto fino a sboccare su una strada. Neanche qui può sbagliarsi, perché non ce n’è un’altra. Giri a sinistra, ché la sinistra è la direzione giusta (e di nuovo strizzò l’occhio) e segua la strada. Dovrà attraversare un ruscello, attraverso un guado di pietre. Poi non può più sbagliarsi. Continui sempre dritto, ché non ci sono strade né verso destra né verso sinistra, e arriverà a un mulino. Lì vada a destra… No, se glielo spiego adesso perderà la strada. Chieda al mulino e la donna che ci vive le dirà. Un bel pezzo di donna – aggiunse spalancando gli occhi, dopo una piccola pausa.
  • Quanto mi ci vorrà?
  • A piedi ci si mette un’ora e mezza. Chiaramente con la bicicletta ci vuole meno.
  • Mi dica se ho capito bene – disse lo sconosciuto – Seguo i binari, attraverso la pineta fino alla strada e seguo la strada a sinistra fino al mulino. L’unica cosa che non ho capito è quello che ha detto sul biglietto da visita della Corporazione.

Gli occhi del ferroviere brillarono oltre le ciglia grige e le sopracciglia. Erano occhi biricchini e giovanili.

  • Quella è una storia molto interessante…

E si diede a una risata secca, sfacciata e con tosse, come a dire: “Sissignore, è una storia molto gustosa, ma non te la racconto.”

  • Allora grazie.

Il ferroviere non disse nulla. Senza preoccuparsi della pioggia, continuò con la sua risatina, annuendo col capo fino a perder di vista l’altro.

 

5

Il forestiero seguì i binari e già temeva di aver passato le case senza vederle, quando notò, attaccate alla cunetta, due piccole costruzioni scure, ciascuna con la sua porta, tanto vecchie e diroccate che le si sarebbe dette incapaci di resistere alla pioggia. “Saranno queste le case?”, pensò. Ma, ricordando che Zé Cavallino gli aveva detto che erano le uniche, si mise la bicicletta in spalla , attraversò i binari e s’inoltò nella pineta ombrosa e triste, dal suolo accidentato e coperto solo da vegetazione strisciante. Giunto a una vasta radura devastata dall’accetta, riposò un po’. Ora gli facevano bene la frescura della pioggia e l’umidità dell’aria che respirava a grandi boccate, assaporando il forte aroma di resina. Quanto il cuore gli si fu calmato, continuò la marcia, e già si preparava a femarsi un altro po’ quando, dopo una brusca discesa del terreno, si trovò su un sentiero sabbioso e bianco. “Bene, la strada è questa”. Girò a sinistra. Più avanti, un ruscello gli tagliò la strada. Era un rigagnolo insignificante, però ora nel suo letto scorreva una corrente limacciosa che lasciava distinguere a fatica le pietre del guado. “Se vado sulle pietre, sicuro che cado”, pensò. E dopo aver guardato da un lato e dall’altro, verso la pioggia e verso il suo abito fradicio, disse forte, con voce grave e tranquilla:

  • Fermo qui, non vado né avanti né indietro – e avanzò nell’acqua.

L’acqua gli arrivava alle cosce. Dopo una mezza dozzina di passi prudenti, tastando il fondo, guadagnò la riva opposta. Lo aspettava una nuova e sgradevole sorpresa. Il sentiero era una fangaia che si allungava tra il ruscello e un ripido pendio. O tornava indietro, o avrebbe dovuto continuare lungo di esso. Non c’era altra soluzione. Si strizzò l’orlo dei pantaloni, li rimboccò e proseguì.

Non avrebbe potuto dire per quanto tempo pattinò in quel fango. Già all’inizio le scarpe gli s’incollarono al suolo, e fu con molta fatica che riuscì a recuperarle. Scivolava, si sentiva sprofondare, si fermava sfinito, proseguiva disperatamente per arrestarsi poco più avanti, mentre gli balenava il desiderio di gettare la bicicletta nel pantano per alleggerirsi i movimenti. A volte lo assaliva l’idea che gli sarebbero mancate le forze e avrebbe finito per stramazzare dalla fatica. Quando alla fine il fango diminuì e il terreno si fece più solido, mise la bicicletta al suolo, vi si appoggiò e rimase ansante con gambe e braccia tremanti per la stanchezza e il sudore che gli bagnava il corpo e correva a rivoli dalla fronte al mento. Dopo aver riposato un po’, ora su terreno sabbioso, affrettò la marcia. Ma camminava con passo incerto, senza poter distrarre l’attenzione dal fango che gli arrivava alle cosce e dal plaf-plaf delle scarpe, che sbuffavano come mantici. Di quando in quando, il sentiero presentava parti inondate o fangose, però tutto ciò pareva nulla al paragone con il mare di fango che aveva attraversato.

Era partito dalla stazione prima delle undici del mattino. Verso le due, a una curva del cammino vide il nero profilo del mulino. Si scrollò dunque meglio che poteva il fango dalle scarpe, dai calzini e dalle gambe, lisciò i pantaloni, si pulì il volto col fazzoletto, raddrizzò il cappello e si avvicinò alla porta. Da dentro veniva il pianto di un bimbo, attutito dal rumore dell’acqua contro le pale. Dopo aver bussato varie volte, sentì un trascinarsi di sandali e apparve una donna grassa nerovestita, con un foulard scuro che le incorniciava il volto ampio e bruno, su cui si notava una peluria piuttosto accentuata. “Un bel pezzo di donna” aveva detto Zé Cavallino.

  • Buon pomeriggio. La signora saprebbe indicarmi il cammino per la Valle della Giumenta?
  • venuto attraverso i giuncheti? – chiese la donna.
  • Sono venuto di qua – disse il forestiero, indicando il sentiero.

Dentro la casa il bimbo ricominciò a piangere.

  • Allora chi le ha indicato la strada non era molto in sé – disse la donna. – Santo cielo. Come ha fatto a passare? Quando il tempo è così, di lì non passa nessuno. Santo cielo. Una volta lì ci sono rimasti un uomo e il suo asino.

Il pianto si estinse e dall’oscurità della casa apparve un viso infantile, ancora bagnato di lacrime, con gli occhi spalancati che fissavano in direzione dello sconosciuto e della bicicletta, dimentichi della tristezza di poco prima. La donna si accorse del bambino e, facendosi da parte per fargli posto, lasciò scorgere un ragazzetto nudo dalla cintola in giù e con un gran ventre arrossato per il freddo. Allora lo prese in braccio, lo baciò rumorosamente più volte e, aggiustandosi il foulard che le cadeva, sorrise dolcemente allo sconosciuto.

  • Non può sbagliarsi – spiegò. – Vede quest’uliveto? Lo segua e, quando raggiunge un confine, cammini da questa parte. È lì.
  • Vorrei chiederle un altro favore – disse lo sconosciuto. – Potrebbe darmi un po’ d’acqua?
  • Come? – chiese la donna.
  • Un po’ d’acqua.
  • Acqua?
  • Sì, da bere.
  • Ma davvero vuole dell’acqua?
  • Sì, un po’ d’acqua da bere.

Solo allora la donna parve prestare attenzione all’uomo che le stava davanti. Vide l’abito e il berretto zuppi di pioggia, le scarpe e i pantaloni infangati, la bicicletta inutile su quel sentiero. Osservò il volto secco, pallido e severo. Notò gli occhi fermi e sereni. Non pensò a nulla, non si fece nessuna opinione. Cos’avrebbe dovuto pensare? Che opinione avrebbe dovuto farsi? Però corse dentro, come vergognandosi di non essersi ricordata di una cosa del genere, e portò un’enorme brocca d’acqua. Non si stupì quando il forestiero se la portò alla bocca e bevve avidamente con grandi e interminabili sorsi. Quando lui si allontanò, scivolando nel fango e contraendo lievemente le spalle come per proteggere il collo dalla pioggia, ella strinse più forte il figlio contro il petto, sempre senza pensare o giudicare, ma sentendosi colma di tenerezza e di pietà.

 

6

Valle della Giumenta. Una dozzina di case piccole e scure, affacciate su pini e olivi. Dalla prima casa appaiono una donna e una ragazzina, scalze e col capo scoperto. La donna aveva un viso grazioso e inquieto, e un corpo snello e invecchiato. Le si sarebbero potuti dare tanto venti come quarant’anni. La ragazzina somigliava molto alla donna, era molto ben pettinatacon le trecce ad arco e quasi si perdeva dentro il vestito stinto, troppo largo per lei.

  • Potrebbe dirmi dove vive il signor Manuel Rato?
  • Vive qui – rispose la donna con una voce rapida che le faceva più prominenti gli zigomi e più smunto il volto -, però è uscito e non so se tornerà oggi.

Dicendo così, la donna lanciò un rapido sguardo agli uliveti. Seguendo quello sguardo, il forestiero vide a una certa distanza, rivolto verso la casa, un uomo con la testa e il dorso coperti con un sacco di iuta che gli faceva da cappuccio.

  • Per cosa lo cerca?
  • Sono il calzolaio di Santarem – rispose lo sconosciuto.
  • Isabel – disse la donna alla ragazza, guardandola dritto negli occhi. – Vai a casa di mio fratello a vedere se tuo padre è là. Se c’è, digli che il calzolaio di Santarem è qui e gli deve parlare. Capito?

La ragazza lanciò a sua volta una rapida occhiata agli uliveti, dov’era l’uomo col sacco.

  • Si, mamma.

La donna la condusse denro e la ragazza uscì con passo affrettato, con una gonna scura sulla testa.

  • Riparati – disse la donna, retrocedendo verso l’interno della casa.

Trascorsi alcuni minuti, la ragazza ricomparve, accompagnata dall’uomo del sacco. Questi aveva il volto scuro e baffi neri, grossi e molto corti, che gli conferiva un’espressione da sergente della guardia[1]. Sembrava non aver fretta e restò sotto la pioggia, di fronte alla porta, fissando lo sconosciuto. Alla fine domandò:

  • Cosa desidera il signore?
  • Cerco il signor Manuel Rato.
  • E per cosa lo cerca?

Lo sconosciuto guardò la donna come per chiedere se doveva rispondere, ma vide solo due occhi neri colmi d’ansia.

  • Sono il calzolaio di Santarem – ripeté.
  • Ha portato le misure? – chiese l’uomo del sacco.
  • Si, le ho portate – disse lo sconosciuto, ed estrasse dalla tasca una suola cui mancava un pezzo.
  • Bene – disse l’uomo del sacco.

Entrato in casa, chiese qualcosa alla moglie a voce bassa, ed entrambi scomparvero all’interno. Ritornò immediatamente con un pezzetto di carta in mano, che accostò al lato tagliato della suola di carta che lo sconosciuto gli tendeva. La suola era completa.

  • Bene – ripetè l’uomo. – Entra.

E lui stesso portò dentro la bicicletta.

 

7

La stanza aveva il pavimento in terra battuta, con us soffitto di tegole, senza finestre. Come solo mobilio, un banco accostato in un angolo con due mattoni anneriti e i resti spenti di un falò. Oltre alla porte che dava sulla strada, solo una fragile porta interna dietro cui scomparvero la donna e la ragazza.

Come la donna del mulino, Manuel Rao si stupì del cammino preso e come lei, raccontò la storia dell’uomo e dell’asino che una volta erano sprofondati nel fango. Data l’impossibilità che il forestiero rientrasse per la strada da cui era venuto, gli propose di trascorrere lì la notte, impegnandosi ad accompagnarlo all’alba per un sentiero migliore. Quando il nuovo venuto gli raccontò di come aveva domandato la strada alla taverna e al ciccione della tettoia, senza che nessuno sapesse indicarglielo, Manuel Rato si fece pensieroso.

  • strano – disse. – Si fatica a credere che, tra tanta gente, nessuno lo sapesse.
  • Né conoscevano la strada – disse il nuovo venuto – né avevano mai sentito parlare della Valle della Giumenta.
  • Impossibile! – esclamò Manuel Rato.

Il nuovo venuto raccontò allora con maggiori dettagli la conversazione sostenuta nella taverna e la risposta del vecchio con la giacchetta, che aveva detto di esser nato e aver sempre vissuto lì e che mai aveva sentito parlare di quel posto.

  • Francamente non capisco – disse Manuel Rato.

Allora, chiedendo al visitatore di aspettare un momento mentre andava a cercare uno sgabello per sedersi, s’incamminò verso la porta interna.

  • Compagno – lo chiamò l’altro – puoi darmi un po’ d’acqua da bere?

Manuel Rato si voltò, il volto contratto, si fermò a osservare seriamente il visitatore, fradicio di pioggia e arrossato dal freddo. Contrariamente alla donna del mulino, non fece domande.

  • Si, te la porto – fu tutto ciò che disse.

Si udirono delle voci sussurrare nella stanza accanto e il padrone di casa riapparve con uno sgabello in una mano e un bicchiere di terracotta nell’altra. Poi entrò la figlia, con una brocca ancora gocciolante dell’acqua con cui l’avevano appena sciacquata. Inclinava leggermente il capo ben pettinato e tutto il suo viso arricciato pareva dire allo sconosciuto: “Vedi come sono carina? Sono una donna, cosa credi?”. In effetti ora non sembrava la bambina che era parsa alla porta, sommersa dagli sbiaditi e rammendati panni troppo grandi per lei. Certo che era una donna, e una donna incantevole.

Il visitatore bevve due brocche d’acqua, mentre la ragazza sorrideva stupita. Poi apparve la moglie, con la metà di un grosso pane di mais. Manuel Rato fece accomodare il visitatore su uno degli sgabelli, vicino all’angolo delle pareti annerite e ai resti del fuoco.

  • Tu cosa dici? – disse alla moglie prendendo il pane di mais che gli porgeva – Laggiù nessuno ha saputo indicargli la strada e gli hanno detto che non avevano mai sentito parlare di questo posto.
  • No!
  • Davvero! – insistette Manuel Rato – Capire, non capisco, ma è così.

La moglie restò un attimo in silenzio. Poi gli occhi neri le brillarono, il volto inquieto le si animò di agitazione e quasi gridando disse:

  • La Corporazione!

“Chiaro”, disse l’espressione allegra e intelligente della ragazza, in quell’istante straordinariamente somigliante alla madre. Col volto contratto e duro, il marito mosse affermativamente il capo: “Certo, è così”.

E, mentre estraeva dalla tasca un coltello e lo passava insieme al pane al visitatore, spiegò in poche parole come “laggiù” gli uomini della Corporazione stavano obbligando a taglare le pinete, pagando una cifra ridicola per la legna. Ora la gente diffidava di tutti i forestieri che comparivano; doveva esser stato per diffidena che non gli avevano indicato la strada. Se Zé Cavallino gliel’aveva indicata era perché sapeva che qualcuno sarebbe venuto a cercare lui, Manuel Rato. “Questo è il biglietto da visita della Corporazione”, pensò il visitatore, ricordandosi della zona disboscata incontrata nella pineta e della frase di Cavallino: “ una storia molto interessante”.

Il visitatore tagliò un pezzo di pane e cominciò a mangiarlo senza dire nulla, guardando il coltello e la fetta. In piedi, davanti a lui, il padrone di casa, ora silenzioso, lo osservava con attenzione. Si soffermava sui capelli scompigliati e incollati al capo, sull’energia involontaria con cui masticava, sulla precipitazione con cui deglutiva, sul vestiario e le calzature impregnati di acqua e fango, nell’abbandono delle gambe, una stesa sul pavimento e l’altra allungata dalla parte opposta a dimostrare una profonda stanchezza.

  • Mangia, mangia! – insistette.

 

8

Uscite moglie e figlia, il padrone di casa si tolse infine il sacco dalla testa, scoprendo un cappello che in un’altra epoca aveva dovuto essere nero. Già seduto, si tolse anche il cappello e lo appoggiò a terra, sopra il sacco. Così il capo ampio e curvo, dalla pelle più chiara di quella del volto, stemperava un po’ l’espressione stranamente dura, accentuata dalla scurezza della pelle, dai baffi neri e corti, dalle marcate rughe del viso e dalle spesse sopracciglia.

  • Questo è il nostro primo contatto – disse il visitatore in tono sereno, conciso e secco. – Sarebbe bene che mi dessi un’idea di quello che c’è qui, di quanti siete voi, di che possibilità di lavoro vedi e di quante copie del giornale vuoi.

Manuel Rato appoggio sulle ginocchia le mani magre e nervose.

  • Non so se sai che io non sono un contadino. – cominciò – Lavoro ora nei campi un pezzetto di terra della mia compagna, perché non è bello star sempre separato da mia moglie e mia figlia. Però sono sempre stato operaio e sto qui da poco. Ultimamente lavoravo a Lisbona, nell’edilizia civile. È lì che ho lasciato il segno che hai portato.

Tacque un istante e il volto gli si contrasse ancora di più in un visibile sforzo di organizzare le idee.

  • Come vedi, qui è piccolo e isolato. Ciascuno ha il suo pezzetto di terra, ma quello che ciascuno ha non basta per vivere. Né bene né male. Non basta. Nelle altre case non si sta meglio che in questa. Per questo tutti devono lavorare fuori. Alcuni vanno con la riparazione delle strade. Altri lavorano come giornalieri nella terra di qualche riccone. Però tutti i lavori di qui sono di breve durata e mal pagati. Il risultato è che non c’è casa in cui l’uno o l’altro non vada a lavorare nelle fattorie. Tra qualche settimane si farà il raccolto delle olive. Poi vengono il taglio del riso e le mietiture nel sud. Alcuni passano più tempo fuori che a casa. Anche mia moglie e mia figlia ci sono già andate, e io preferirei che non ricapitasse.

La voce era calma, il tono energico quanto il volto. Manuel Rato aveva raccolto un pezzetto di legna bruciata e tracciava linee su linee sulle ceneri del focolare.

  • Cosa vuoi, amico? Penso spesso che sarebbe meglio lasciare la terra ai passeri e andare a rifarsi una vita molto lontano da qui. Ma guai a dirlo! La convinci tu ad abbandonare tutto? Io non ci riesco. Lavora nel campo come un uomo, e la piccola lo stesso. Le volte che è andata alle fattorie aveva in mente solo di risparmiare per pagare le tasse, la rata di un debito, insomma per mantenere la terra che le ha lasciato suo padre. Qui siamo al punto, amico, che la terra, invece di dare indipendenza all’uomo, lo trasforma nella più dipendente delle creature. Qui, da queste parti, tutto è così. E vedi quello che significa.

Manuel Rato tacque per un po’. Aveva il volto terribilmente contratto e disegnava ora sulla cenere una enorme circonferenza. L’amico appoggiò un tacquino sulle ginocchia e scrisse qualcosa con mano tremante.

  • Di compagni qui ci sono solo io. – continuò Manuel Rato – Giù a valle c’è molta gente, ma non conosco nessuno in condizione. Cavallino legge la nostra stampa e potrebbe fare qualcosa, se non bevesse tanto. Sicché non si può pensare a lui. Esattamente, qui sono tutti contro il governo, ma sono ancora molto immaturi. Magari sono io che non so lavorare, però sto qui da più di sessanta giorni e ancora non ho fatto neanche un solo reclutamento.

Manuel Rato gettò via il tizzone e guardò il compagno per la prima volta da quando aveva iniziato a parlare. L’altro lo contemplava, con occhi fissi e attenti, appoggiando il mento su una mano, anch’essa tremante.

  • Quanto alla stampa, – continuò il padrone di casa, prendendo di nuovo il tizzone e riprendendo gli energici tratti – sono due Avante: uno per me, l’altro per Cavallino. Sarebbe bene che quando torni me ne lasciassi dieci o venti, anche vecchi. Quando sono arrivato da Lisbona ne ho portati abbastanza e tutte le settimane vado di notte da un lato all’altro fino a due leghe da qui e ne lascio alcuni appesi agli alberi o messi sotto le porte. La cosa ha funzionato, perché un tipo che lavora laggiù nella riparazione delle strade già ne ha sentito parlare. È l’unica cosa che si può fare qui.

Ciò detto gettò il tizzone, scosse le mani e chiamò la compagna. Quando Joana apparve, le disse solo:

Di certo Joana aveva capito a cosa si riferiva, perché già “lo” stava portando. Con gli occhi lucidi sul volto grazioso e inquieto, estrasse dalla tasca del grembiule un piccolo inviluppo.

  • Puoi andare – disse l’uomo.

Come avrebbe potuto lei obbedirgli? Accanto alla figlia, che pure era venuta a vedere, si fermò vicino alla porta, con aria un po’ solenne, a guardare il marito che svolgeva accuratamente la carta e a sentrilo dire con voce calma:

  • Pago il mio e quello dell’amico di cui abbiamo parlato. Quanto ai contributi, l’ultima volta che ho pagato è stato a Lisbona. Ho nove settimane di ritardo: eccoti dieci sacchi per la stampa e quattromilacinquecento di contributi. Ne mancano dieci che erano per i giornali vecchi. Te li do la prossima volta.

E avvolgendo lentamente il denaro nella carta, porse il piccolo inviluppo alla moglie, che di nuovo si avvicinò.

  • Conservalo…

Il vistatore aveva messo il denaro nel portafoglio e, con le mani tremanti per il freddo, scriveva con difficoltà qualcosa sul tacquino. La donna, arrossita, sembrava ora più giovane. Osservava il marito con gli occhi che brillavano, e tutto il suo volto magro e grazioso manifestava allegria e orgoglio.

 

9

I due uomini si preparavano a continuare la conversazione, quando la donna tornò seguita dalla ragazza, ciascuna con la sua bracciata di legna. Cominciarono ad accendere il fuoco.

  • Di già? – domandò Manuel Rato.

Senza smettere di soffiare sui tizzoni, Joana mosse il capo in direzione del visitatore, che invano tentava di dominare i sussulti che lo scuotevano.

  • Sì, mi sono raffreddato – mormorò con difficoltà.

Improvvisamente la legna crepitò come se avessero gettato del sale nel fuoco. Le fiamme si alzarono spaventate. Muovendosi con leggerezza sui suoi piedi scalzi, la ragazza collocò un paiolo sopra i mattoni e chiuse la porta che dava sulla strada. Gli uomini restarono soli, illuminati dal rosso del fuoco.

  • Bene, amico… – cominciò il visitatore. Però dovette fermarsi, con la lingua e la mandibola immobilizzate dal freddo; sebbene insistesse, non riuscì ad articolar parola.

Manuel Rato andò a prendere dei rami e il visitatore, che intano si era tolto le scarpe, si tolse la giacca e la mise ad asciugare al calore del fuoco.

Rimasero a lungo in silenzio. Guardando il fuoco con strana immobilità, Manuel Rato si ricordava delle due volte in cui era stato con dei funzionari del Partito, ancora a Lisbona. Si ricordava delle lunghe spiegazioni che gli avevano dato e aspettava ora anche dal visitatore un’esposizione dello stesso tipo, approfondita e circostanziata, dalla quale certamente avrebbe imparato molto. Si udivano gli scoppiettii del falò e il martellare della pioggia sul tetto. Alla fine, con la voce incerta e alterata dai brividi, il visitatore parlò:

  • Sì. – disse – Qui è piccolo e appartato. Però a valle, a V… c’è gia un centro importante. È lì che dobbiamo dirigere la nostra attenzione. L’iniziativa di andare di andare di notte a lasciare giornali in luoghi distanti è molto positiva. La cosa fondamentale, tuttavia, è creare l’organizzazione del Partito a V… È così, amico.

Manuel Rato rimase in attesa che l’altro continuasse. Visto quanto lui stesso aveva parlato e considerando i lunghi interventi dei due soli funzionari del Partito che aveva conosciuto, dal momento che gli pareva che il compagno non avrebbe fatto un viaggio così lungo solo per dirgli questo, aspettava un lungo discorso. Ma niente. Il compagno si strofinava le mani vicino alla fiamma e, dal modo in cui lo faceva, si vedeva che aveva detto tutto.

  • Hai finito? – domandò Manuel Rato.
  • Sì, ho finito – rispose l’altro, sempre fregandosi le mani.

Allora il padrone di casa riprese a parlare. Aveva dimanticato di dire che, entro un mese e mezzo o due, avrebbe di nuovo lasciato la Valle della Giumenta per andare a lavorare in miniera al nord. Avrebbero dovuto stabilire un nuovo segno per identificarlo là, per l’organizzazione della miniera, e se non ci fosse stata, per un delegato del Partito. In due mesi non vedeva possibilità di lasciare qualcosa a V…

  • Il punto di partenza esiste. – disse il visitatore – La questione è se tu saprai svilupparlo. C’è Zé Cavallino.

Gli occhi di Manuel Rato, fissi nel fuoco al quale con un legno avvicinava le braci fuggitive, quasi si perdevano nell’ombra delle spesse sopracciglia. Ma no, Zé Cavallino non aveva le qualità! Era un brav’uomo, però beveva troppo e non aveva discernimento per influenzare, avvicinare e scegliere simpatizzanti e nuovi compagni.

  • La cosa più difficile è avere un punto di partenza. – replicò il visitatore – L’abbiamo: bisogna approfittarne.

Interrompendo la conversazione, la ragazza apparve con un vassoio di terracotta e gettò nel paiolo cavoli e patate tagliate. Una nube di vapore si perse nell’oscurità del tetto, spargendo un vago sentore di grasso caldo. Il borbottio dell’acqua bollente cessò.

I due uomini continuarono a lungo la conversazione, fino a che, a notte già calata, la donna e la ragazza tornarono.

  • Tra poco è pronto – disse la donna sorridendo all’ospite. E guardando il paiolo, con gesti rapidi e nervosi, fece con una forchetta una porzione di ortaggi in un cucciaio. Poi, soffiando e alzando bene il cucchiaio, tranciò coi denti bianchi e lucenti i fili pendenti e verdi del cavolo ancora fumante.

La ragazza tolse il paiolo dal fuoco. La donna uscì e tornò con due scodelle. I suoi occhi neri brillarono in modo strano sul volto magro e inquieto, mentre tagliava due grossi pezzi di pane di mais che pure servì. Le due si arrestarono in piedi vicino a loro. Appoggiata alla spalla della madre, la ragazza sorrideva.

Gli uomini mangiarono la pietanza calda e solo dopo lo fecero la donna e la ragazza, nelle stesse scodelle. Una volta consumato il cibo, Joana trasse dal paiolo un pezzo di grasso, lo mise sopra una fetta di pane e lo porse al visitatore. Questi guardò Manuel Rato come a chiedere: «E voi?». Manuel Rato rispose:

  • Oggi ne hai più bisogno tu, amico.

In silenzio, con l’inalterabile espressione severa, il compagno si mise a mangiare il pane col grasso.

Visibilmente soddisfatto, Manuel Rato si alzò, uscì un istante e tornò al focolare.

  • Sedetevi lì! – disse alla moglie e alla figlia.

Esse si accomodarono a tavola, e restarono tutti e tre silenziosi a guardare il compagno mangiare.

 

10

La pioggia continuava a picchiettare sul tetto. La donna aveva messo una gran quantità di legna e ramoscelli vicino al focolare. Quando la fiamma languiva, aggiungeva un poco di legna, la luce si ravvivava per qualche istante e sulle pareti oscure danzavano ombre di grandi teste deformi. Dopo il pasto, Manuel Rato chiese al visitatore che raccontasse qualcosa dell’Unione Sovietica.

  • Lei non mi crede – si giustificò.

E dal momento che il compagno gettò alla giovane uno sguardo dubbioso circa l’opportunità di parlare davanti a una bambina, Manuel aggiunse:

  • La ragazza è sicura ed ha l’età per imparare.

Commossa dalle parole del padre, tutta rossa e con gli occhi umidi, Isabel si accomodò meglio al suo posto volgendosi e inclinando leggermente il capo sul collo lungo e tenero. «Cosa credevi?», domandava la sua figuretta snella e orgogliosa.

Era una settimana che il visitatore percorreva la zona, viaggiando per ore e ore, a piedi o in bicicletta, giorno e notte, quasi senza dormire né mangiare. Si sentiva stremato, desideroso di sdraiarsi, riposare e dormire. Una coperta e un angolino riparato e silenzioso: tale era in quel momento il suo massimo desiderio, tanto vivo e imperativo, che guardava il pavimento in terra battuta lì, vicino al fuoco, come se questo lo stesse aspettando e chiamando. Era come se l’acqua che gli impregnava i vestiti impregnasse anche la testa, trasformando i suoi pensieri in una poltiglia confusa e indecifrabile. Ma venne una domanda, poi un’altra e un’altra ancora, e Manuel Rato, con voce calma, faceva osservazioni e conduceva la conversazione, mentre Joana, presa da una sete insaziabile, domandava ancora e ancora, e il suo volto bello e secco si agitava alle risposte. Il compagno si riscosse e la conversazione si prolungò.

Colpito dalla luce della fiamma, il volto della ragazzina brillava di allegria e intelligenza. Sembrava divorare e approvare ogni parola. Ma chi avrebbe potuto indovinare cosa pensava? Come sapere che in realtà solo di tanto in tanto ella prestava attenzione a quello che si diceva e che quello che intendeva non erano tanto i problemi trattati e le risposte che le venivano fornite, quanto lo stimolo al corso dei propri pensieri? «Sì, cosi va bene», pensava. «La mamma seduta qui con papà e questo amico, e tutti a conversare di queste cose. Però perché la mamma dice che potrei arrivare a sposarmi con Tonio de Carriza, se anche lui è ricco? No, io non voglio sposare Tonio, né un uomo ricco. Voglio sposare un uomo come mio padre, o come questo amico (che è davvero simpatico, sì, davvero simpatico), che sia buono e voglia il bene dei poveri, che non picchi la moglie e conversi con lei come stiamo facendo adesso. Potrei essere molto povera, ma anche la mamma è molto povera. Ma non compensa tutto avere un marito come quello che ha lei? Sì, non compensa?». E gli occhi della ragazzina brillarono di più e più ancora di entusiasmo e approvazione.

Essendo già notte inoltrata, Joana chiese d’interrompere un momento la conversazione e uscì accompagnata dalla ragazza. Quando le donne tornarono, poco dopo, il compagno dormiva profondamente.

  • Forza, amico – disse Manuel Rato.

Il compagno non rispose. Solo quando lo scosse, spalancò gli occhi, occhi spaventati che non vedevano. Manuel Rato lo trascinò addormentato fino all’altra stanza, dove lo aiutò a stendersi sull’unico letto della casa. Egli ne ebbe il sentore, ma non si accorse che lo coprivano con una coperta.

Tre ore dopo, Manuel Rato lo chiamò.

  • ora – disse per la quarta volta, senza risultato.

Solo scuotendolo violentemente riuscì a svegliarlo.

Il compagno rimase seduto sul letto, nell’oscurità, senza capire ancora cosa fosse successo, dove si trovasse, né quale ingiustizia lo avesse strappato alla tranquillità di un sogno che gli pareva esser durato non più di un minuto.

Nella stanza attigua, Joana era ancora seduta sulla panca vicino ai resti del fuoco, come la sera prima, ma con gli occhi ora più brillanti per l’eccitazione e l’insonnia. Inginocchiata e con la testa poggiata sul grembo della madre, Isabel dormiva. Manuel Rato revisionò le ruote della bicicletta.

All’approssimarsi dell’alba, tirava un venticello freddo. Una pioggerella sottilissima mischiata a una nebbiolina bassa e spessa aderiva a tutto. Camminarono in silenzio per circa un’ora, tra pini e campi tranquilli. Cominciava a rischiarare quando sboccarono sulla strada asfaltata.

  • Torno tra quindici giorni. – disse il compagno – Tienimi pronto il contatto con Cavallino. Ricordati bene: l’obiettivo fondamentale è creare l’organizzazione a V…

E, accomodandosi il colletto della giacca, calzò il berretto, montò in bicicletta e partì.

 

11

Alle otto del mattino parlava, nell’atrio di una chiesa, con un ometto basso e robusto. Gli consegnò delle carte e partì. Alle dieci entrava nel negozio di alimentari di una piccola frazione. Il negoziante gli disse solo: «Niente», e lui uscì. A mezzogiorno si trovava a un centinaio di metri da una segheria vicino alla strada. Lì vennero a cercarlo tre operai che uscivano dal lavoro e nel mezzo della conversazione egli disse varie volte: «La Commissione non deve essere imposta. È la gente che deve sceglierla, o almeno considerarla ben scelta». Un’ora più tardi stava in un uliveto a parlare con due contadini e insisteva: «Voi potete mettere gente onesta a dirigere la Casa del Popolo. Ma dovete confidare di poterlo fare». A metà pomeriggio si sedette al banco di un piccolo laboratorio di calzolaio in un altro paesello e parlò in modo secco e aspro: «Avevamo concordato che oggi ci sarebbe stata la riunione del Comitato Locale. Sono due mesi che tiriamo avanti questa storia». Qualche tempo dopo, vicino a un fiumiciattolo, una donna lo sorprese sotto un albero mentre si radeva. La donna si segnò e si allontanò spaventata, senza smettere di guardarsi indietro.

Quando già calava la notte, si fermò sotto la pioggia vicino a una piccola taverna sul ciglio della strada. Entrò, lasciò la bicicletta in un angolo, si accomodò a un tavolo e chiese un quarto di pane, formaggio fresco e un bicchiere di vino. Era la prima volta che mangiava quel giorno e faceva grandi sforzi per masticare e ingoiare con calma. Lo animava una speranza: quella di trovare del buon cibo ad aspettarlo a casa del dottore.

L’oste lo guardava sorpreso, ravvisando qualcosa di strano in quel cliente. Da un lato i vestiti e il berretto sudici e zuppi, dall’altro il volto lavato e ben curato, lo sguardo sereno, i modi sicuri, la voce ferma. Qualcosa nell’espressione, nel pallore, nelle occhiaie, nei gesti, nel modo in cui si era lasciato cadere sul banco e aveva disteso le gambe, palesando una lunga fatica. E tuttavia, in tutto questo, un’affermazione di terribile energia e vigore fisico. L’oste non ebbe molto tempo per pensare: avendo mangiato il pane col formaggio e bevuto il vino, il cliente pagò e uscì.

Già a notte inoltrata, giunse in una città con luce elettrica ed edifici nuovi. In una via stretta esitò un poco prima di bussare alla porta di una casetta umile di fronte alla quale era parcheggiata un’automobile vuota. Si ricordò della frase di Ramos quando lo aveva portato lì la prima volta: «Ha persino un’automobile alla porta», aveva detto allegramente, con una ristata giocosa, alludendo al fatto che il padrone di casa era autista. Aprì una donna, che gridò verso l’interno:

  • Afonso!

Apparve una figura alta e magra. Senza dire una parola, prese la bicicletta e la portò dentro. Tornò immediatamente e baciò la donna.

  • Non rientrare tardi! – disse ella con voce supplichevole.

I due uomini percorsero la via in silenzio. Alla fine della strada, svoltarono in una viuzza che serpeggiava tra i giardini. Afonso era molto più alto, sebbene leggermente incurvato, e camminava con passo lungo, cadenzato e un po’ indolente. Attraversarono una via illuminata e presero un nuovo sentiero quasi invisibile in un terreno sgombro di costruzioni, dall’atmosfera cupa, rotta tristemente dal distante tracciato delle luci cittadine. Trascorsi alcuni minuti, saltarono il muro basso di un giardino e si diressero verso una casa dove si notava il quadro illuminato di una finestra. Afonso picchiettò con le dita contro i vetri. Si udirono voci flebili dentro la casa. Le luci si spensero, la porta si aprì con cautela e una voce mormorò nell’oscurità:

Quando la porta si chiuse, la luce tornò ad accendersi. In piedi, sorridente, un uomo bruno con una camicia di tela tendeva una mano ampia e grossa ai nuovi venuti. Seduti a un tavolo c’erano altri due uomini. Dietro le spesse lenti degli occhiali di uno, gli occhi intelligenti e indagatori parevano divorargli il volto. L’altro, dai capelli accuratamente pettinati e col gomito appoggiato al tavolo, si sosteneva il mento con la mano, che reggeva una sigaretta accesa. Ora, alla luce, Afonso appariva estremamente giovane. Un ciuffo ribelle gli cadeva sulla fronte e sul suo volto fino pareva aleggiare una vaga espressione di malinconia e bontà.

  • Come sempre – disse quello con la camicia di tela – il compagno Vaz è arrivato in orario.

Tutti si sedettero e iniziarono la riunione.

 

12

In un paese vicino, tutti i lunedì, i braccianti si riunivano in piazza per essere presi a contratto. Venivano padroni e fattori e fissavano il prezzo di una giornata di lavoro.

  • nostro dovere farla finita con queste vestigia feudali! – aveva detto tempo prima il falegname Marques, con voce acuta e incisiva e gli occhi rilucenti dietro le spesse lenti.

Tutti concordarono. Afonso, che controllava i compagni del paese, diede indicazioni in questo senso. Da quel momento in poi, i giornalieri non avrebbero più messo piede in piazza, obbligando così i padroni ad andare a cercarli a casa. Però nel paese, José Sagarra si era strenuamente opposto a quella decisione.

  • In piazza siamo tutti insieme e possiamo imporre il nostro prezzo. – disse con la sua voce nasale – Se aspettiamo ciascuno a casa propria, o se andiamo a bussare alla porta dei padroni, ci prendono uno per uno e c’impongono il prezzo che vogliono. Finirla con la contrattazione in piazza significa abbassare le paghe, perdere le pause, le sigarette e le mance, lasciare il lavoro ai più vecchi e deboli.

Afonso insistette perché venisse attuata la linea stabilita. Ma José Sagarra, agitando goffamente le mani, senza sapere dove metterle, restò sulle sue posizioni: no e no, era un grave errore. Dal momento che Afonso non era riuscito a far attuare la risoluzione, il Comitato Regionale decise di convocare il compagno in riunione per convincerlo. Il giorno stabilito, José Sagarra comparve con aria colpevole e scontrosa, guardando per traverso i compagni sconosciuti. Ciascuno al suo turno, e per primo il falegname Marques, con gli occhi che brillavano dietro le lenti, poi l’impiegato Victor, parlando con disinvoltura, poi l’elettricista Cesario, con un largo sorriso e il volto ampio e abbronzato, e infine anche Afonso, insistettero sulla necessità di mettere fine alla contrattazione in piazza come istituzione medievale degradante per i lavoratori. José Sagarra ripeté quello che aveva detto ad Afonso e non aggiunse nulla. Abbassava lo sguardo e ad ogni argomento degli altri si limitava a stringersi nelle spalle e a cambiare posizione delle braccia e delle mani.

  • Senti compagno – disse il falegname – Perché non dai retta all’opinione di compagni con più esperienza di te, più preparati, con più anni di militanza nel Partito e più responsabili?

Tutti rimasero ad aspettare la risposta. José Sagarra di nuovo si strinse nelle spalle. Già cominciavano a pensare che nemmeno avrebbe risposto, quando improvvisamente alzò il volto secco e lentigginoso e lasciò scorgere inaspettatamente degli occhi di un azzurro puro e luminoso che nulla offuscava.

  • Va bene allora. Che risolva il Comitato Centrale – disse con voce bassa e ardente di esaltazione.

E siccome i compagni non avevano sentito bene quel che aveva detto, ripeté:

  • Che risolva il Comitato Centrale!

Dal modo in cui lo diceva, si capiva che nulla si sarebbe fatto senza l’intervento risolutore del Comitato Centrale e che, se il Comitato Centrale avesse deciso in modo non conforme alla sua opinione, lui per eseguire avrebbe eseguito, ma ciò avrebbe costituito un gravissimo errore con pesanti conseguenze, di cui i compagni si sarebbero dovuti assumere la responsabilità.

Ora il Comitato Regionale era nuovamente riunito e Marques faticava a credere a quello che Vaz stava riferendo. La Segreteria dava ragione a José Sagarra e si opponeva alla decisione del Comitato Regionale. Ma non era solo questo. Basandosi sull’esperienza maturata in altre località e regioni, la Segreteria riteneva che non solo si dovesse fare tutto il possibile per mantenere la contrattazione nelle piazze, ma anche che si dovesse fare uno sforzo per trasformarle in uno strumento di lotta dei salariati rurali. Consigliava di creare in ciascuna piazza una commissione eletta dai lavoratori per trattare le condizioni di lavoro con i padroni, i gerenti e i capisquadra. In un articolo si criticavano il Comitato Regionale e altri organismi per il loro debole lavoro nel settore contadino, per la scarsa conoscenza dei problemi dei lavoratori dei campi, per la superficialità delle decisioni e i metodi burocratici di lavoro.

Estremamente pallido, sistemandosi continuamente la matita dietro l’orecchio, il falegname Marques seguì l’esposizione di Vaz con manifesta impazienza.

  • Le commissioni servirebbero solo a bruciare della gente – disse infine.

Neanche Victor si mostrò convinto.

  • La gente dei campi non è preparata per questo. – commentò dal mezzo di una boccata di fumo – Nessuno mi convincerà che le piazze siano un’istituzione progressista.

Cesario disse sorridendo:

  • Si farà come indicano i compagni. Noi abbiamo ancora molto da imparare.

Afonso si sentiva turbato. La risoluzione superiore non mancava di sembrargli ben fondata, anche se dubitava del suo successo nella pratica. Però gli era difficile cambiare repentinamente l’opinione che aveva tanto difeso e lo scioccava la critica al Comitato Regionale, quando l’unica cosa che tutti avevano voluto era fare le cose per bene. Leggeva sul volto di Marques un profondo scontento, e in parte lo condivideva, perché non poteva dimenticare che Marques era un vecchio militante che aveva sofferto molto nelle carceri. Tuttavia si disse d’accordo con Vaz e s’impegnò a trasmettere la risoluzione. Vaz però aveva altro da dire al riguardo. Aveva avuto indicazione di parlare direttamente con José Sagarra. Sentendo ciò Marques scoppiò a ridere apertamente, con aria beffarda. Volgendo nella sua direzione un volto severo, Vaz lo guardò fisso. La risata di Marques andò estinguendosi, ma da dietro le spesse lenti i suoi occhi intelligenti sostennero lo sguardo di Vaz. Prima che si passasse a un altro punto, disse:

  • I compagni del Comitato Centrale stanno lì, molto molto in alto, e non sempre sono ben informati.

Victor non mosse il mento dalla mano su cui lo appoggiava. Da dentro il fumo della sigaretta, volse gli occhi verso Vaz, osservandone ironicamente la reazione. Come se non avesse sentito nulla, Vaz passò a un altro punto. Marques lo interruppe:

  • Voglio dirti ancora due parole. Se ci fosse il compagno Ramos, le cose andrebbero diversamente.

Verso le dieci diedero per conclusa la riunione e Vaz prese da parte Afonso.

  • Hai parlato con l’amica?

Afonso arrossì

  • Ancora non l’ho potuta vedere.

Vaz rimase in silenzio qualche momento, col volto inalterabile e gli occhi fissi sul compagno. Si vedeva che esitava a manifestare dubbi circa quello che Afonso gli diceva.

  • Non mi hai detto che l’amica ha manifestato la sua disponibilità a entrare in clandestinità di sua iniziativa?
  • Sì. – disse Afonso – Però non ho avuto ancora occasione di parlarne con lei.

Vaz restò nuovamente in silenzio per qualche istante. Solo i muscoli, contraendosi, gli animavano il volto.

  • Allora va bene, – disse infine – la prossima volta che verrò qui, dovrai avermi fissato un incontro con lei. Se non venissi io, verrà Ramos e si occuperà di tutto.

Afonso annuì col suo viso giovane e buono. Però c’era in lui qualcosa di così profondamente implorante che Vaz concluse la conversazione stringendogli cordialmente il braccio.

  • Rimaniamo così, eh!

Tornarono a casa di Afonso per la stessa strada dell’andata. La madre lo aspettava affacciata alla finestra. Vaz prese la bicicletta, verificò che la borsa fosse ben assicurata, mise l’orlo dei pantaloni dentro i calzini, si aggiustò al collo la giacca, si sistemò il berretto e partì.

 

13

Un’ora più tardi si trovava seduto lontano da lì, nello studio dell’avvocato. Mancava mezz’ora alla mezzanotte, ma il compagno riteneva che fosse l’ora migliore per incontrarsi senza attirare l’attenzione.

Non era strano che si fermasse in ufficio fino a tardi e nessuno sarebbe venuto a disturbarli.

L’avvocato era un uomo basso, dal volto secco, pelle rugosa e scura e una capigliatura ondulata sulla quale brillavano ciuffi bianchi. Seduto su una poltrona con un atteggiamento di estrema fiducia in sé stesso, parlava con voce ben articolata:

  • Nessuno apprezza più di me lo sforzo dei compagni. Mi pare però che alla pratica di lavoro non faccia riscontro un livello teorico accettabile. Le pubblicazioni potranno essere utili in certi contesti, non lo metto in dubbio, però per persone di una certa cultura hanno un effetto negativo. Il periodico sembra dire sempre le stesse cose, ed è redatto in un portoghese povero, nel quale non è raro che s’incontrino errori d’ortografia. Mancano articoli di spessore teorico, di divulgazione della dottrina, specialmente di filosofia ed economia politica.

Vaz si sentiva spossato. La sedia su cui si era seduto gli conciliava ancora di più il sonno. Un peso enorme gli cadeva sulle palpebre, un’angoscia profonda gli opprimeva il petto e lo assaliva il desiderio assurdo di sdraiarsi là sul pavimento dell’ufficio, su quel tappeto che indovinava soffice e tiepido.

L’avvocato parlava senza fretta, passandosi di quando in quando la mano tra i capelli ondulati e insistendo nella sua critica al lavoro del Partito. Si vedeva che aveva preparato accuratamente il suo discorso e che da molto tempo desiderava un’occasione per pronunciarlo. Vaz decise di aspettare che terminasse per trattare alcune questioni pratiche e poi poter riposare un po’. Senza volere, l’immaginazione gli fuggiva verso il letto pulito e confortevole che sicuramente lo aspettava quella notte in casa dell’avvocato, e verso il pasto che questi gli avrebbe offerto. Per quanto si sforzasse di seguire le parole dell’altro, vedeva ora di fronte a sé lenzuola fresche, un cuscino, pane e una bevanda calda e zuccherata.

Quando già era quasi l’una, l’avvocato si alzò, stiracchiandosi e sorridendo. Si vedeva che era molto soddisfatto di sé stesso e sicuro dell’effetto dirompente delle sue parole.

  • Abbiamo finito, no? – disse, dando a intendere che l’incontro fosse terminato.
  • Ci sono ancora alcune cosette da vedere – disse Vaz notando con una certa sorpresa la reazione di fastidio che quelle parole avevano provocato – Quante copie del giornale vuole? – domandò, evitando il “tu” col quale si rivolgeva d’abitudine ai compagni – È solo per lei, o ne vuole anche per qualcun altro?

No, non aveva nessun altro. E riteneva un errore tenere presso di sé qualche copia. I compagni dovevano sapere che lui era bruciatissimo, che tutta la gente del posto lo conosceva come comunista e per questo sarebbe stata un’imprudenza imperdonabile e un oltraggio ai metodi della cospirazione ricevere giornali clandestini.

Come se fatica e sonno fossero stati spazzati via dalla mano che si era passato sulla fronte, gli occhi di Vaz scrutavano ora l’avvocato con la serenità e la fermezza abituali. L’esagerata immobilità del volto severo tradiva un grosso sforzo per contenersi.

  • Bene amico. Un’altra cosa. Eravamo rimasti che avresti acquisito informazioni a proposito dei maneggi del governatore civile con la Camera. Cosa puoi dirmi?

L’avvocato si era seduto sul bordo della scrivania e si accendeva una sigaretta. Con gesti lenti, tanto lenti che parvero a Vaz finalizzati a guadagnare tempo per pensare alla risposta, aspirò alcuni tiri, spense il fiammifero e lo schiacciò nel portacenere. Non era stato possibile, disse alla fine. Per di più i maneggi non si erano rivelati quelli che si credeva inizialmente. Affari di questo tipo sono molto delicati, no? E l’avvocato cercava di sorridere fiducioso delle sue ragioni, ma nei suoi occhi bassi si agitava una luce nuova, fuggitiva e interrogativa.

Vaz non replicò. Il suo volto e gli occhi si mantennero impassibili.

-Bene, amico. – disse di nuovo – Mi perdoni se le rubo ancora del tempo, ma resta un’altra cosetta. Ha la Gazzetta Ufficiale che doveva comprare? Me la darebbe?

Sul volto dell’avvocato si faceva sempre più evidente l’inquietudine. Con un gesto brusco e un po’ teatrale, si battè la mano sulla fronte.

  • Me ne sono completamente dimenticato! – disse scuotendo il capo – Ho avuto tanto da fare, tanti problemi, che mi è sfuggito del tutto. E per di più…

Prima che proseguisse la sua giustificazione, Vaz lo interruppe seccamente e tornò a cambiare discorso. Pareva ora aver fretta di concludere la conversazione. Il suo volto era ancora impassibile ma, nella voce con cui tornò a parlare, dando per la prima volta del tu al compagno, si notava un vago accento di disprezzo e beffa.

  • Senti compagno, dormo a casa tua o qui?

Una visibile agitazione si disegnava ora sul viso dell’avvocato. Aveva perso la compostezza e la sicurezza con cui aveva ricevuto il compagno e gli aveva comunicato le sue opinioni. Avvicinò una sedia a Vaz, si sedette tendendosi in avanti e, dandogli un colpetto sulla gamba, parlò in tono di rincrescimento. Doveva capire la sua situazione. Fermarsi lì era estremamente imprudente. Alle sette del mattino sarebbe arrivata la donna delle pulizie e, se fosse uscito prima, avrebbero potuto vederlo e prenderlo per un ladro. Quanto a casa sua, per disgrazia aveva una famiglia borghese, sua moglie non capiva queste cose, aveva una domestica e dunque doveva capire, «Non è così?». E la parlata dell’avvocato, in genere fluida e articolata, si faceva confusa, titubante e dolorosa.

Vaz si alzò. Il pensiero gli volava molto lontano. Vedeva davanti a sé la moglie di Manuel Rato seduta a terra vicino ai resti del fuoco, con gli occhi lucidi d’insonnia e allegria, e la figlia accoccolata e addormentata vicino alla madre. L’immagine era così nitida e confortante che sul volto severo affiorò un lieve sorriso. L’avvocato credette di scorgere in quel sorriso l’accettazione della sua spiegazione e si rasserenò un poco.

  • Bene, – disse Vaz tendendogli la mano – arrivederci!

L’avvocatò lo accompagnò lungo il corridoio, dov’era rimasta la bicicletta, e andò a vedere se la strada era libera. Quando nella penombra Vaz si preparava ad uscire, l’avvocato si sentì assalire da una moltitudine di pensieri insistenti e terribili.

  • Amico! – chiamò e, quando Vaz si voltò, aggiunse, portando la mano al portafoglio – Se ti servono soldi…

Vaz non rispose e si mise in strada. Allora l’avvocato tornò allo studio, si mise a fumare furiosamente una sigaretta e, dopo aver fatto varie volte avanti e indietro per la stanza, corse alla tenda della finestra e rimase a osservare la via scura e deserta. La pioggia riprendeva a cadere.

 

14

Solo il mattino dopo Vaz avrebbe potuto dirigersi a casa dei Pereira. Per il viaggio bastava poco più di un’ora, e lui di ore ne aveva davanti più di cinque. Quanto a cercarsi un albergo, non era nemmeno da pensarci. Era già troppo tardi e avrebbe destato pericolosi sospetti. Per di più era consapevole dell’estrema trascuratezza dei suoi abiti e delle scarpe, pieni di acqua e fango, sgualciti e logori. Si sentiva tanto debilitato dalla fame e dalla mancanza di sonno, che non avrebbe sopportato di girovagare fino alla fine della nottata. Doveva riposare, anche sdraiato nel fango di un fosso. Era una settimana che aveva iniziato il giro del settore e durante tutto quel tempo già aveva trascorso due notti in bianco; in nessuna delle altre aveva dormito più di tre o quattro ore, aveva percorso centinaia di chilometri in bicicletta e lunghissimi tratti a piedi, e tutto questo sostentandosi ogni giorno con poco cibo.

Si ricordò allora di un contatto avvenuto mesi prima nei pressi di quella strada, vicino a un tranquillo ruscello, all’ombra delle rovine di un vecchio acquedotto. Era stato in un pomeriggio luminoso e soleggiato, e aveva mangiato con i compagni una grossa forma di pane, farcita con una frittata di un giallo vivo spruzzato dal verde della salsa. Il ricordo lo portò fino a quel luogo. Scivolando sul fango del sentiero, guadagnò il ruscello e subito scorse la sagoma oscura dell’acquedotto. Posò la bicicletta, cercò un masso e vi si sedette. Era bagnato e freddo; il suolo, una pozza. L’arco dell’acquedotto non riusciva nemmeno a proteggerlo dalla pioggia, accompagnata da un vento che spirava a raffiche dolci, fredde e silenziose. Nell’oscurità della notte, s’indovinava la triste figura di due salici e si sentiva scorrere l’acqua del rigagnolo.

Si alzò il collo della giacca, si calò il berretto sugli occhi e, appoggiando i gomiti sulle ginocchia, affondò il volto tra le mani. Vide un’altra volta la compagna e la figlia di Manuel Rato accucciate sul pavimento in terra battuta vicino ai resti del fuoco e poi cadde nelle tenebre di un sonno doloroso, continuamente interrotto e trionfante. Decine di volte si svegliò per poi, dopo brevi istanti di lucidità in cui l’udito si aguzzava fino a intendere il rumore del ruscello e la pelle si scuoteva per il vento e la pioggia, tornare a cadere, per brevi istanti ancora, in un pesante torpore. Ogni volta che si destava, lo assaliva l’immagine di un compagno, o della sua donna, con quel volto fino e triste e la voce e i gesti delicati e teneri. E ogni volta che si assopiva gli apparivano in sonno esattamente le stesse immagini. Di modo che, quando già in prossimità dell’alba cominciò a rischiarare e tremando di freddo e debolezza si rimise in cammino, non avrebbe saputo dire se avesse dormito per tutto il tempo che aveva trascorso vicino alle rovine dell’acquedotto, o se invece non lo avesse fatto per nulla.

 

 

 

15

 

Pereira non era in casa, ma non avrebbe tardato, gli aveva detto Concepción con voce calma e canterina, le braccia incrociate sopra il petto. Era una donna grassa e rubiconda, dai denti bianchissimi che mostrava continuamente e dai capelli neri e ricci, tirati sopra le orecchie rosee e carnose e raccolti dietro in una crocchia voluminosa trattenuta da forcine.

  • Vuoi un caffè? – disse, cambiando argomento.

E siccome Vaz assentì col capo, si alzò e aggiunse:

  • Prima vieni a vedere il mio bambino.

Trascinandolo per un braccio, quasi lo costrinse ad alzarsi e lo condusse nell’altra stanza.

  • Pssst!

Camminando in punta di piedi, guardando continuamente in direzione dell’ospite e portandosi il dito davanti alle labbra per invitarlo al silenzio, si avvicinò a un canestro e tolse il panno che la copriva. Nel mezzo di una gran quantità di abiti si perdeva un faccino minuscolo, rugoso e colorito, avvolto in un enorme velo bianco. Vicino al faccino il bimbo teneva un pugnetto chiuso, anch’esso rosso e rugoso, fatto di dita tanto sottili e fragili che toccarle faceva paura.

  • Bello, eh? – sussurrò Concepción e, con lentezza e cautela, si chinò e sfiorò con le labbra l’adorata manina.

Quando tornarono in cucina e mentre accendeva il fornello a petrolio, domandò:

  • Sai qualcosa dell’amico?

Due anni prima, poco dopo essersi sposato, Pereira si era presentato a casa a tarda notte accompagnato da uno sconosciuto. Sarebbe rimasto qualche giorno con loro, ma nessuno del vicinato avrebbe dovuto sapere della sua presenza. Concepción aveva squadrato l’intruso con diffidenza. Quando il giorno successivo, dopo pranzo questi si offrì di aiutarla a lavare i piatti, non poté contenersi e gli disse:

  • Roba da matti!

Lo sconosciuto semplicemente sorrise e si mise a lavare. Era un uomo alto e magro, dal volto largo e segnato da profonde rughe, la fronte che digradava in un’incipiente calvizie. Quel volto era animato da un’espressione di tanto profonda tranquillità e amabilità che era difficile serbargli antipatia. Parlava poco, ma quando lo faceva diceva cose tanto esatte e chiare, con una voce bassa e grave che, quando taceva, a Concepción dispiaceva che non continuasse, perché non aveva mai sentito nessuno parlare così. Vedendolo con la sua aria calma, amabile e felice, non si sarebbe detto che si trattava di un uomo sovraccarico di responsabilità e che stava attraversando una situazione estremamente difficile. Il marito le disse che l’amico era appena sfuggito a un assedio, che la polizia gli aveva assaltato la casa, lo aveva inseguito e che in tutta la regione era in corso un’autentica caccia all’uomo. Aveva trascorso lì cinque giorni, scrivendo per la maggior parte del tempo, facendosi sempre il letto, aiutando silenziosamente a pelare patate o a pulire e dimostrando interesse per tutto, un interesse discreto nelle domande e franco nelle opinioni. Quando dopo cinque giorni se ne andò nell’oscurità precedente all’alba, accompagnato da un compagno che era venuto a prenderlo, si era creato un forte legame di stima e comprensione reciproche, e per alcuni giorni Pereira non aveva fatto che sospirare, mente Concepción si asciugava di quando in quando gli occhi con il pugno chiuso.

  • Se lo prendono, lo ammazzano – aveva detto Pereira.

Quella visita aveva legato definitivamente i Pereira al Partito. La loro casa divenne dapprima un “punto d’appoggio” dell’apparato clandestino e poi, quando Pereira fu scelto quale responsabile dell’organizzazione locale, punto di contatto tra il responsabile e l’organizzazione. In quei due anni, diversi funzionari del Partito erano stati lì regolarmente, ma la nostalgia dei Pereira per “l’Amico” si manteneva inalterata. Tutti gli altri avevano un nome. Lui per loro rimase sempre “l’Amico”. La prima volta che Vaz li visitò, non aveva risposto nulla quando gli avevano chiesto di lui, perché non sapeva a chi si riferissero e nemmeno i Pereira sapevano dirgli di più, perché nulla più sapevano. Poi Vaz domandò alla Direzione e i Pereira vennero a sapere chi fosse il compagno, quale fossero il suo nome e lo pseudonimo più conosciuto, ma non utilizzavano mai nessuno dei due. Egli per loro non era nient’altro che “l’Amico”.

Quando Vaz stava finendo di bere il suo caffè, Pereira ritornò. Era un uomo basso e tarchiato, con il volto annerito dal sole e occhi verdi e freddi come quelli dei gatti.

  • Adesso arrivano!- disse entrando.

 

 

16

Oltre a Pereira, il Comitato Locale era composto da Jerónimo e Gaspar. Jerónimo era un uomo sulla cinquantina, forte, dalle movenze lente e dai capelli molto corti, radi e completamente bianchi, la pelle chiara e cadente su cui si notava la barba lunga e incolta, occhi cerulei e vacui, il labbro inferiore prominente e sdegnoso. Era il compagno di più lunga esperienza, era già stato arrestato e parlava con voce calma e condiscendente, senza mai guardare l’interlocutore. Gaspar era abbastanza alto, aveva un volto lungo e serio cui le labbra fine, sempre atteggiate a un sorriso autocompiaciuto, conferivano un’aria sicura e volenterosa. Era una di quelle figure che richiamano l’attenzione per il fisico e la postura: la domenica, più che per l’operaio che era in realtà, passava per un funzionario pubblico o un professore di liceo. Parlava con voce fluida ed espressiva, ad ascoltare la quale era evidente che provava piacere lui stesso.

Gaspar era operaio alla Cicol, la più grande fabbrica del posto. C’erano commissioni operaie organizzate nelle varie aziende, ma la più attiva era di gran lunga quella della Cicol. Lo stesso Gaspar aveva selezionato gli altri componenti della commissione, lui l’aveva guidata negli incontri coi dirigenti e vi aveva esposto le rivendicazioni che lui aveva determinato. La direzione aziendale era rimasta sorpresa dall’ampiezza e organizzazione del movimento e aveva promesso l’aumento salariale che veniva preteso, oltre a soddisfare subito altre richieste di minore importanza.

  • Quelli credono di avere a che fare solo con degli ignoranti. – diceva ora Gaspar alla riunione del Comitato Locale – Ma se gli operai si presentano consapevoli di quello che vogliono ed esponendo in modo fondato le proprie rivendicazioni, sono costretti a darci ragione.

Gaspar descrisse la vittoria con un certo orgoglio, evidenziando la propria partecipazione personale senza nessuna falsa modestia, poiché era convinto che a lui e alle sue argomentazioni si dovesse il rapido successo.

  • E cosa facevano i lavoratori mentre la commissione era in riunione coi dirigenti? – domandò Vaz.

Gaspar serrò le labbra, come era sua abitudine, prima di cominciare a parlare.

  • Proseguivano normalmente il lavoro – rispose.

E quando Vaz sottolineò i vantaggi che si sarebbero avuti se il personale avesse sospeso il lavoro e si fosse riunito davanti agli uffici mentre in essi si trovava la commissione, Gaspar dissentì con voce sicura:

  • Avrebbe solo complicato le cose. Se in questa maniera si è ottenuto un buon risultato, perché si sarebbe dovuto fare in un altro modo?
  • Non sempre il successo è la miglior prova della correttezza di un orientamento – disse Vaz, e insistete sulla sua posizione.

Pereira la pensava come Gaspar e nel suo intervento si dolse di non possedere le qualità dell’amico. Parlava come se l’opinione di Vaz colpisse e sminuisse personalmente Gaspar e lui si sentisse in dovere di difenderlo. Quanto a Jerónimo, non si capì bene quale fosse la sua posizione.

  • Il compagno Gaspar – disse, guardando distrattamente verso la finestra, il labbro proteso e sdegnoso – è un compagno che si segnala molto per le sue qualità. Ed è questo il pericolo. Se manca il compagno, l’organizzazione perde il cinquanta per cento.

E dopo una pausa, si corresse:

  • Magari anche il sessanta per cento.

Queste parole erano molto lusinghiere per Gaspar, ma in certo modo implicavano una critica ironica ai suoi metodi di lavoro.

Gaspar parve non rendersi conto né della critica né dell’ironia. Avendo accolto con visibile soddisfazione le parole di Jerónimo, continuò a difendere la sua opinione e a insistere sul successo realizzato.

  • Altrove facciano pure così, se credono che funzioni meglio. Alla Cicol, lasciatemi fare a modo mio.

Per dar forza alla sua opinione, citò i progressi dell’organizzazione di fabbrica, in cui oltre a distribuire trenta copie del giornale si contavano già dodici compagni.

  • E non sono amici occasionali. Li conosco tutti e io stesso li ho reclutati per il Partito.
  • Hai fatto molto, amico. –disse Vaz – Come ha detto il compagno Jerónimo, è questo il pericolo.

 

 

17

Era già mezzogiorno passato quando Gaspar e Jerónimo se ne andarono e Vaz pranzò con i Pereira. Concepción servì una porzione di baccalà per ciascuno e un’enorme pentola di patate che normalmente sarebbe bastata per una mezza dozzina di persone. I Pereira conoscevano bene la vita dei funzionari del Partito e avevano come capriccio di riempir loro la pancia quando li ricevevano in casa. Era una cosa su cui non erano ammesse discussioni. Ma se un estraneo avesse assistito a quel pasto, lo avrebbe trovato veramente fuori dall’ordinario. Sarebbe rimasto sorpreso vedendo Vaz accumulare una pila incredibile di patate nel suo piatto e divorarle voracemente in poco tempo, accompagnandole con pezzetti di baccalà, fette di pane e sorsate del vino che Concepción continuava a mascegli in un bicchiere rosa riservato esclusivamente ai compagni. Lo stupore si sarebbe trasformato in impressione quando avesse visto Vaz riavvicinarsi alla pentola, servirsi di nuovo altrettante patate e mangiarle con egual piacere, davanti alla calma e all’indifferenza della coppia. E l’impressione sarebbe salita fino a farsi indignazione quando Vaz, dopo aver fatto fuori le sue patate, tornò alla pentola ancora una volta, servendosene ancora un po’, titubò scorgendone ancora una mezza dozzina sul fondo e si risolse a servirsele ridendo inaspettatamente, rivolto agli amici, e dicendo:

  • Ad aver poca salute, tanto vale non averne per niente…

La prima volta che Pereira aveva detto a Concepción che i compagni facevano la fame e che si doveva dar loro da mangiare in abbondanza, lei aveva cucinato abbondantemente patate con pesce. Pereira aveva fatto accomodare il compagno. Concepción vide che questi aveva consumato tutto e ne avrebbe mangiato ancora. La volta dopo abbondò di più e constatò con sorpresa che non lo aveva saziato. «Come fa quest’uomo a mangiare tante patate?», aveva pensato. Solo più tardi riuscì a comprendere cosa significhi la fame accumulata, la fame di mesi e anni di lavoro intenso, in corpi sani ed energici. E ora, quando sentiva raccontare che un compagno si era arrampicato su un fico e aveva mangiato in un sol colpo centocinquanta fichi, che un altro aveva ingurgitato uno appresso all’altro due pasti abbondanti «per non scontentare nessuna delle due famiglie che lo avevano invitato», o quando vedeva Vaz arrivare al fondo della pentola di patate que normalmente avrebbe servito per mezza dozzina di persone, trovava tutto ciò assolutamente naturale, e le spiaceva solo non poter offrire un pasto più sostanzioso e saporito.

Dopo pranzo, Concepción portò gli induementi di Vaz, asciugati col ferro da stiro, e questi si preparò a partire. Quando si stava accomiatando, Concepción, afferrandolo per il braccio quasi gridò:

  • Ma come! Te ne vai senza vedere il mio bambino?

E lo trascinò per il braccio, portandosi il dito alle labbra per imporre il silezio.

 

18

Era stato l’ultimo incontro. Ora si trattava di tornare a casa. Alle dieci di sera, trovandosi sulla stada libera e buia, si accomodò meglio sul sellino, spinse sul pedale e sentì con piacere il rumore delle ruote sull’asfalto bagnato. Di tanto in tanto un’automobile in senso contario lo accecava con i fari. Allora si portava tutto sulla destra e cercava di guardare solo da quella parte della strada, fino a quando non sentiva passargli al fianco l’uragano della vettura. In un luogo illuminato una radio gridava da dentro una taverna. Tre giovincelli lo salutarono. Vicino a un muro, una coppia d’innamorati si separò quando fu illuminata dalla luce del fanalino. Nella cunetta brillarono gli occhi di un cane randagio. E tutti questi piccoli avvenimenti parevano a Vaz degni di attenzione e di essere ricordati. Solo quando giunse al pendio degli uliveti ebbe coscienza della sua fatica. Non andò oltre il primo filare. Le gambe si rifiutavano, aveva il corpo fradicio di sudore e respirava profondamente, come se l’aria potesse sgombrargli il petto dall’angoscia crescente. Avendo percorso controvento più di cento chilometri in bicicletta e sopportato alcuni acquazzoni, le patate di mezzogiorno erano macinate e digerite, e l’organismo affaticato richiedeva altro sostentamento. «Devo mangiare qualcosa», pensò, e ricordò che a pochi chilometri da lì avrebbe trovato sicuramente ancora aperta la piccola locanda dell’uomo curioso. In cima al versante si dette una spinta e lasciò correre la bicicletta. Il venticello fresco e umido gli frustava il volto e il collo e gli entrava attraverso le maniche fino alle braccia, rinvigorendo il corpo affaticato. Ancora poco e avrebbe mangiato un quarto di pane con quello che c’era e il resto del cammino lo avrebbe affrontato meglio.

La locanda era chiusa. Sulla strada scura e silenziosa del paese non si scorgeva anima viva. Allora Vaz vide davanti a sé tutto il lungo tragitto fino a casa. Vide le salite che gli mancavano e i chilometri che sarebbe stato obbligato a fare a piedi, i tratti di sentiero sassosi e pieni di buche che obbligavano a brusche frenate e deviazioni. Vide i paesi, i casolari, i boschi e i ponti. E sentendo il corpo lamentarsi e crescere il desiderio di sdraiarsi e coprirsi, si ricordò dell’espressione indignata di un compagno medico che dissentiva riguardo al ritmo di lavoro degli ultimi due anni: «Si stanno ammazzando!».

Sentiva una vera avversione per quella strada. Erano due chilometri di piatta pianura, con rari tronchi ai margini del tracciato, senza una casa, un confine e senza che capitasse nulla. Ora si udivano solo le rane nelle pozze e il rumore della dinamo, monotono e dolce. La stanchezza gli faceva chiudere gli occhi. Il medico aveva torto. Ci sono molte maniere di morire. Lo vedeva come se fosse oggi. Sembrava arrabbiato. Poi sorrideva. Eh? La ruota slittò. Tentò di recuperare l’equilibrio, ma una forza invincibile lo tirò attraverso l’aria incontro alla terra, mentre la bicicletta, facendo una strana capriola, andava a cadere nella cunetta. Il fanalino si spense. Nella profondità della notte, attraverso la quale solo in lontananza si scorgeva un punto luminoso, sentì nuovamente il gracidare delle rane, indolente e tranquillo.

La dinamo funzionava. Mosse una spalla dolorante, raddrizzò il manubrio e per un po’ proseguì a piedi, pestando rumorosamente con gli scarponi per scacciare il sonno.

Nel primo paese c’era una fontana. Accostò la bicicletta, si tolse il berretto e si sciacquò il viso più volte con le palme delle mani piene d’acqua. Gli apparve una figura che si fermò a guardare, mormorò qualcosa e si perse nell’oscurità con un rumore di suole di legno trascinate.

Ciò gli fece bene. Ma quando, già trascorsa la mezzanotte, giunse a un lungo ponte che separava le due metà di un paese e immaginò la ripida salita che lo attendeva, la stanchezza gli si moltiplicò e sentì una tenaglia serrargli il petto. Se tutto andava bene, non sarebbe arrivato a casa prima delle tre. Gli restavano ancora un certo numero di chilomentri da percorrere a piedi. Una volta, raggiungendolo, un altro ciclista con una cesta nel portapacchi gli si era avvicinato e, quando lui era smontato di sella, era smontato a sua volta:

  • La quercia è un punto di riferimento! – aveva detto lo sconosciuto con occhietti vivi ardenti di malizia.

Allora si era reso conto che c’era lì una rachitica quercia solitaria e aveva preso a usarla come punto di riferimento per smontare di sella.

Mano a mano che avanzava, le scarse luci del paese vicino al ponte si allontanavano verso il basso, sempre più in basso. Conosceva già a memoria tutte le irregolarità della strada, l’inclinazione del pendio metro per metro, i tratti di manto stradale sabbioso, o con buche, o di pietre smosse, e le sponde erbose su cui è dolce l’andare. Per quanto cercasse di approfittare di quel tempo per pensare cose utili, non gli riusciva di distogliere l’attenzione dal cammino che stava percorrendo, immaginando il paesaggio desolato celato dalla notte e il muro bianco che lo aspettava in cima al primo tratto della salita. Poi sarebbe venuto il rettilineo coi tre alberi, la curva sabbiosa, il pezzo piano con la casetta da cui una volta una bambina piccola gli aveva detto addio, e il pendio curvo e ingannevole, la cui inclinazione è molto maggiore di quanto non sembri, e la più grande serpentina della strada, che tagliava ampiamente la pianura, e poi la piccola frazione, primo segnale di vita dopo tre chilometri di deserto, e ancora salire, salire, salire fino all’altura dei mulini. Quando arrivava lì e sentiva spirare da nord il freddo vapore della notte che gli accarezzava la pelle sudata, era solito pensare: «Sono qui, sono a casa». Ed era con nuove forze e rinnovata allegria che si lanciava in un’altra ora e mezza di camminata, altri trenta chilometri di strada dura e difficile.

Però mancava ancora parecchio per “essere a casa”, ancora si vedevano in basso, molto in basso, come sepolte nella massa informe della notte, alcune timide luci del paese. S’indovinavano, là in fondo, il corso sinuoso del ruscello e le sponde nude che si guardavano da sopra le curve della valle. Si fermò un istante. Né vento, né pioggia, né una voce umana, né il grido di un uccello: nulla turbava il bello e tragico silenzio della notte. Ma giungendo al muro bianco, le sue orecchie furono colpite dal canto distante dei mulini: Uuu… Uuu… Uuu…

Con che allegria accolse quell’annuncio dell’approssimarsi dell’altura. Non era solo l’anticipazione del momento in cui avrebbe sconfitto la lunga salita. Era anche una compagnia amichevole nello spiazzo. Sapeva bene che quel canto, a volte tenue e attutito dalle sponde che s’interponevano, altre volte audace e aperto come se tutta l’atmosfera gli appartenesse, altre ancora malinconico e fuggitivo, o minaccioso ed esaltato, ma sempre più vicino, sincero, travolgente, non lo avrebbe abbandonato fino all’arrivo lassù. Malgrado la fatica, la fame, il sonno che tornava e la stancante oscurità, si sentiva accarezzato da quella strana canzone e pensava che anche solo per questo valesse la pena di passare di là nelle ore morte. O Portogallo! Quanto sei bello, con l’accogliente diversità del tuo paesaggio, la purezza e i capricci della tua atmosfera, la malinconica bontà della tua gente! O Portogallo, paese amato! Uscirai dal lungo incubo, ne uscirai di certo. Il popolo si desta e lotta. Il Partito è infine all’altezza del suo popolo.

Nella notte cantavano i mulini. Un sentore dolce d’erba e terra bagnata aleggiava nel nero dell’aria. Ansimando, Vaz camminava ancora con passo sicuro e strascicato, le palpebre che si facevano sempre più pesanti. Camminava da sveglio o nel sonno?

 


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