UN’ESTATE DI FEDE ASSOLUTA (I)

EstateL’asfalto arso, i muri diroccati, i capannoni in rovina, l’amianto male interrato che filtrava da ogni pertugio del suo illusorio sarcofago di terra per andare a venare l’aria di miasmi dall’impercettibile sapore delle lame. Tutto contraddiceva il clima di vittoria di quella giornata di metà agosto. I cinque uomini, i loro compagni, occhiaie profonde, aria stanca, ma i lineamenti indomabili contratti in un riso fanciullesco, avevano vinto la loro battaglia ed erano davanti a lui, e lo abbracciavano, e parlavano dei giorni trascorsi insieme al presidio operaio e di quelli a venire, ora che i posti di lavoro erano salvi. Era una vittoria, quella, che lui poteva sentirsi legittimamente di condividere con gli operai. L’estate dell’anno prima era stata torrida, nel capannone occupato e poi davanti a quel cancello. L’autunno, l’inverno, la primavera erano venuti e se ne erano andati, lasciandosi alle spalle battaglie, tensioni, ferite sanguinanti, notti all’addiaccio e giorni tediosi, resi inconcepibili dall’attesa senza pace dei tempi morti, quando qualcosa di molto importante resta lì, sospeso a mezz’aria e pronto a involarsi e portarsi via con sé la speranza come bottino di un’impietosa rapina. Poi era tornata l’estate, quella stessa estate, e il mese di agosto, cominciato correndo su per le rampe dell’autostrada per pararsi col corpo di fronte alle macchine in un urlo imperioso di coraggio forse impotente, aveva visto nella fine vittoriosa della lotta la trasfigurazione dentro cui in quel momento anche lui era immerso, pregna di un senso di pienezza che mal si accordava con la vuota illusione che è la periferia abbandonata dai suoi abitanti.

Eppure tutto pareva ora diverso. Presente, grandioso, ma dentro linee appena marcate, come ridefinite. La presenza di lei non si imponeva in quel quadro, non lo snaturava, ma gli conferiva un significato distinto, più umano. Tutto nelle relazioni umane si chiarisce, ogni colore, sapore o suono si fanno più vividi, quando Amore viene a spiegarne il senso. La comunità, il bisogno materiale che si trasforma in determinazione alla lotta, l’essenza stessa della solidarietà, tutto reca in sé l’impronta di quel conoscersi a due a due per conoscersi tutti, di quell’assoluta negazione della leggenda nera della solitudine che ricerchiamo per tutta una vita e che, in definitiva, racchiude il senso più autentico delle relazioni sociali da conquistare, come pure quello di un’intimità da desiderare e ricercare senza riposo, senza compromessi, senza accontentarsi per nessuna ragione, a costo di non ottenere mai nulla. La fabbrica restituita alla vita dai suoi operai, con i suoi cromatismi stemperati nel degrado di un quartiere assassinato, pareva dunque il perfetto quadro in cui inserire un amore nascente. Un luogo senza eguali per ammirare la forma aggraziata di quel naso, la grandezza inesplicabile degli occhi, la corsa della fronte per andare a celarsi sotto la frangia asimmetrica di capelli castani pettinata a nascondere la voglia sulla tempia destra. Nessun intimismo, nessuna fuga dal mondo per dimenticarsene in lei, ma lei da scrutare, da conoscere, da raggiungere nel mondo circostante in movimento, reso vivo anche da lei, interpretato attraverso la conoscenza di lei che lui veniva da tempo maturando al prezzo di utilizzare, mettere in discussione e ritrovare tutto quanto di sé aveva appreso o negato nel corso degli anni.

Presentarla a tutti, parlarle di tutti e di lei a loro, farle vivere la sua vita per poter vivere a sua volta quella di lei, istante per istante. Questo era lo scopo. Per questo l’aveva portata là. E poi allontanarsi, neppure più sentendo nelle narici l’odore del proprio sudore frammisto al tanfo del bitume liquefatto di quel tratto di marciapiede. La sensazione del volante della Panda tra le mani, il fresco umidiccio del condizionamento a salvarli dall’afa, lei che parlava e parlava, la sottile ironia nell’irridere l’ingenuità di quel dato passo di un romanzo da secoli riconosciuto come un capolavoro letterario ma desacralizzato, vivo perché presente sulle labbra di lei, reso al suo essere stato scritto con mani sudate, tra un caffè e una birra, nell’altalenante andirivieni dell’estro letterario.

Porta Romana. Sempre uguale a se stessa, la strada racchiudeva tra i solchi del selciato le confessioni di lei riguardo a dolori familiari del tutto ordinari, ma che ripetono in ogni caso particolare l’eco dei sottili, affilati strazi di tutti. Ed eccolo a immaginare quei dolori mettere in scena la loro stanca tragedia dietro quella porta in particolare, con lei come protagonista e comparsa. Ascoltarla più di quanto non desiderasse essere ascoltato lui. E radicarla così dentro di sé, sorridendo mentre lei, vedendolo incespicare per distrazione, sottolineava come la consuetudine d’inciampare sui propri piedi potesse essere annoverata come uno in più tra i punti in comune. Ed eccoli intanto in Via Broletto, e lui pronto a canticchiarle qualche verso della vecchia canzone. E poi La schiuma dei giorni, la fretta di dirsi anche i dettagli senza preoccuparsi di poterli alterare nello sforzo di condensarli in frasi cui il tempo non basta.

Della strada percorsa da lì al portone di casa di lei, nella memoria di lui sarebbe rimasto appena un sentore indistinto, destinato a mischiarsi nel tempo con il sapore di una cena imprevista consumata insieme, con la tinta indescrivibile del cielo nei crepuscoli di fine estate, con lo scampanellio dei tram capace di annientare l’universo, e con il giovane autunno dell’epilogo e del tradimento.

Salutarsi sotto quel portone senza promettersi nulla, ma aspettandosi tutto. Tornare a casa per la via più lunga senza nemmeno rendersi conto dell’errore – ripetuto più volte prima di essere compreso e corretto, per pura ritualizzazione della memoria -, domandandosi come dosare la propria presenza per non farla andar via, in preda però al dono dell’ingannevole sensazione di non potersi sbagliare in proposito. Tutto sarebbe rimasto in lui come un ricordo consolatorio, un appiglio e il vago sospetto di una protratta menzogna, incapace però d’incrinare col dubbio la perfezione di quell’estate di fede assoluta.


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